L`inferno alla Rocinha

Guerra e vuoto di potere a Rio nella maggiore favela sudamericana. Stato e federazione polemizzano sull`intervento dell`esercito. Panico in città e c`è chi propone di murare la zona.

Il 14 aprile scorso il «signore della droga» della Rocinha, la più grande favela dell’America latina, è ucciso a colpi di arma da fuoco dalla polizia militare di Rio de Janeiro. La situazione a Rio precipita il 9 aprile, quando 70 uomini armati fino ai denti e provenienti da varie favelas della città, tentano di occupare la favela, una delle capitali del traffico di cocaina dell’intero continente americano. Gli «invasori» sono agli ordini di Eduíno Eustáquio de Araújo Filho, detto Dudu, che pretende di riprendere il controllo dello spaccio dopo cinque anni; sulla difensiva invece le squadre di Luciano Barbosa da Silva, venticinque anni, in arte Lulu, dal ’99 padrone di fatto della Rocinha. 

La policia militar alla Rocinha durante l`ultima operazione (Bruno Domingo - Reuters)

La policia militar alla Rocinha durante l`ultima operazione (Bruno Domingo - Reuters)

Dudu e Lulu appartengono alla stessa organizzazione criminale, il Comando vermelho, e neppure fanno parte del suo gruppo dirigente; tuttavia gli interessi in gioco sono enormi e la situazione sfugge a tutti di mano: in pratica, secondo le direttive del Cv, Lulu dovrebbe restituire a Dudu il governo della Rocinha non appena quest’ultimo lasci in qualche modo, più o meno lecito, il carcere. La qual cosa si verifica nello scorso gennaio: Eduíno ottiene l’autorizzazione per visitare la madre e ne approfitta per fuggire. Luciano però non ne vuole sapere di abbandonare un mercato che fattura 10 milioni di reais alla settimana e decide di resistere. Di qui l’attacco di Dudu, signore del traffico di stupefacenti nella favela dal `95 al `99.

Vari, i protagonisti coinvolti in vario modo dal conflitto: primi fra tutti i 120mila abitanti della favela che, seppure abituati a ogni genere di violenza ed alle pallottole vaganti provenienti da ogni dove, cercano, per buona parte, di abbandonare la zona. Ma la vicenda non risparmia i cittadini di classe media ed alta: gli abitanti di Barra da Tijuca, durante le giornate degli scontri, rimangono quasi completamente isolati dal resto della città. Controverso il ruolo giocato dalle forze dell’ordine: la polizia militare e la polizia civile occupano in forze, si parla di 1.200 uomini, la Rocinha, colpendo a morte il trafficante Lulu, ma da più parti é segnalata la scarsa tempestività dell’intervento. 

I vertici della polizia erano infatti informati sin da gennaio della volontà di Dudu di riprendersi, con le buone o con le cattive la favela, ma secondo il parere di molti non hanno fatto abbastanza per prevenire gli scontri. Marina Magessi, capo dell’intelligence della policia civil, fa però notare: -«La polizia ha già evitato per due volte lo scontro nella Rocinha, ma adesso è stata condotta una operazione kamikaze che non abbiamo potuto evitare. La nostra situazione é come quella del Mossad, il servizio segreto israeliano, che ha informazioni ogni giorno su cinque probabili attacchi a Gerusalemme, e riesce ad impedirne nove»-.

Protagoniste, loro malgrado, le dodici persone che hanno pagato con la vita; alcuni erano semplici passanti del tutto estranei al conflitto: la mineira Telma Veloso Pinto, 38 anni, freddata nella propria auto accanto al marito, la baby-sitter di 24 anni Fabiana dos Santos Oliveira, il campione ventisettenne di skat, Wellington da Silva. Dopo le cruente giornate che hanno insanguinato le festività pasquali non molto é cambiato: il traffico di droga é in mano ad André da Costa Brito, successore di Lulu, mentre Dudu é ferito e medita un nuovo assalto. Ma per comprendere il clima di tensione non c´é nulla di meglio che ascoltare i messaggi radiofonici diffusi dagli uomini di Lulu per minacciare la polizia: -«Il padrone é morto ma l’”azienda” continuerà con forza. Potrete vedere che la vendita di droga continuerà frenetica. Potrà morire la nostra gente, ma moriranno anche molti dei vostri»-.



Lulu e Dudu, come Bené e Zé Pequeno di «Cidade de Deus»

Secondo il colonnello Jorge Braga del 23° battaglione della polizia militare, «il narcotrafficante ucciso era molto amato dalla comunità. L’altro é molto temuto». Luciano Barbosa «Lulu», figlio di evangelici, ha potuto scalare con rapidità la scala gerarchica del potere criminale grazie alla notorietà del fratello Cassiano, anch’egli narcotrafficante, ucciso sedici anni fa. Tuttavia a conferirgli il prestigio e l’autorevolezza necessari a «governare» la Rocinha sarebbe stata soprattutto la fama del «bandito buono», quello che aiuta la comunità finanziando opere assistenziali e laboratori d’arte. Così che molti hanno notato una certa analogia con la vicenda del film «Cidade de Deus», identificando Lulu con Bené e Dudu col malvagio Zé Pequeno. Queste le parole di William de Oliveira, presidente dell’associazione degli abitanti della Rocinha: -«Lulu non si intrometteva nel lavoro della comunità, lasciava che le attivitá sociali venissero svolte liberamente».

Marcio Thomas Bastos, ministro della  Giustizia

Marcio Thomas Bastos, ministro della Giustizia

Di sicuro il suo «governo» della favela é coinciso con un periodo di pace, in cui molti turisti stranieri visitavano la Rocinha in fuoristrada, e in cui non erano rari i concerti di grandi artisti: negli ultimi cinque anni si sono esibiti, tra gli altri, Ivete Sangalo, il fenomeno del pagode Zeca Pagodinho, nonché Gilberto Gil, che all’epoca studiava da ministro della Cultura. Questo atteggiamento, secondo molti, sarebbe derivato dall’essere sopravvissuto ad un tumore alla gola; di certo non amava mostrarsi con armi da guerra, limitando le esibizioni di forza agli allenamenti in palestra. Esercitava, inoltre, un notevole fascino sulle ragazze. La leggenda narra che avesse ben dieci namoradas, e non deve esser molto lontana dalla verità se é vero che alcune immagini dell’esterno dell’ospedale nel quale é deceduto hanno ritratto cinque giovani fanciulle in preda alla disperazione e al pianto.

La sua morte ha provocato lutto e commozione: in favela i negozi e le agenzie bancarie hanno abbassato le serrande, mentre sono stati necessari oltre dieci autobus per condurre i suoi abitanti alle esequie. La polizia non era gradita e non si é presentata. Dudu, al contrario, rappresenta la tipica figura del criminale crudele, e gli abitanti della favela temono che ne possa riprendere la guida. Prima dell’arresto si dilettava allevando un leone, nutrito con la carne dei propri nemici, e dando sfogo a scatti di violenza fisica e sessuale. Ha però perduto completamente l’appoggio della comunità dopo aver investito un ragazzo ed averlo osservato morire senza prestargli soccorso: l’episodio è stato decisivo perché la polizia ottenesse un concreto aiuto dalla popolazione per arrestarlo. Adesso é nascosto e braccato; sulla sua testa pende una taglia di 50mila reais, destinata a chiunque offra informazioni utili a localizzarne il nascondiglio.


Chi invoca il muro, chi l’esercito, e intanto gli inglesi se la ridono

Dopo che il panico ha ormai avvolto l’intera città, ecco che immancabilmente cominciano a proporsi le più curiose misure d’emergenza. A colpire l`immaginazione dei media, quella di un muro intorno alla favela, suggerita addirittura dal governo statale. Autore ne é Luiz Paulo Conde, vicegovernatore e candidato della famiglia Garotinho alla prefeitura di Rio. Idea infelice ed immediatamente rientrata, anche se l’autore si é difeso dicendo che la costruzione non avrebbe dovuto isolare la Rocinha ma semplicemente impedirne l’ulteriore espansione. Quindi Garotinho, marito della governatrice e segretario statale alla Pubblica sicurezza, ha avanzato al ministro della Giustizia Márcio Thomas Bastos la richiesta di 4mila uomini delle forze armate. Si é trattato in realtà di una mossa elettorale quanto meno avventata, commentata così dal quotidiano economico inglese Financial Times: «Se i candidati, in Europa e negli Stati uniti, sono in cerca di formule per aumentare le proprie chances, debbono guardare verso Rio per sapere cos´é che non va fatto».

Secondo i resoconti di cronaca più dettagliati, il ministro Bastos, in un colloquio telefonico con l’ex governatore Garotinho, avrebbe offerto un generico aiuto del Governo federale per porre freno alla spirale di violenza. Poche ore dopo il segretario ha pubblicamente annunciato la propria disponibilità a ricevere 4mila uomini dell’esercito come supporto alle forze di polizia locali. A questo punto é scoppiata la polemica politica ed é dovuto intervenire personalmente il ministro Bastos per chiarire che le truppe federali possono entrare in azione solo se il governo statale ammette di non essere in grado di controllare la situazione, trasferendo la gestione dell’ordine pubblico alle forze armate.

Rosinha Garotinho, governatrice di Rio de Janeiro

Rosinha Garotinho, governatrice di Rio de Janeiro

Garotinho non ha pensato affatto di terminarla qui e in una successiva conferenza stampa al fianco di Luiz Fernando Correa, segretario nazionale alla sicurezza, ha sfoggiato un inopportuno atteggiamento ironico e spiritoso: «La governatrice é convinta che rifiutare una offerta tanto importante rappresenterebbe una mancanza di rispetto nei confronti dell’opinione pubblica. Che vengano (i 4mila soldati, ndr). Non possiamo offendere il governo federale». A seguire, la nuova e inevitabile replica del ministro Bastos: «Le forze armate non sono uno strumento prêt-a-porter che si possa prendere e mettere sotto la direzione delle autoritá locali».

A metá aprile Rosinha Garotinho ha chiesto ufficialmente l’aiuto del governo federale. Dal Planalto é stato opposto un rifiuto. A quanto pare non decisivo, visto che la stessa richiesta é stata rinnovata, pressoché immutata, il 28 Aprile. Si tratterebbe di disporre di corpi scelti scelti dell’esercito per pattugliare varie zone della città, sino a che all’interno della Polizia Militare carioca non si costituisca un non meglio definito «battaglione di occupazione permanente». Ció ha innescato nuove polemiche, provenienti soprattutto da chi é convinto della scarsa preparazione delle forze armate nella gestione dell’ordine pubblico. Del resto l’impiego dei militari, nel 2003, causò la morte di un innocuo professore d’inglese, freddato a un posto di blocco. Facile ribattere che la polizia carioca non ha molti rivali nell’uccisione di civili. La proporzione é di un agente ucciso ogni 32 civili, si tratti di scontri a fuoco con criminali, o di «incidenti» che coinvolgono inermi passanti. Negli Stati uniti lo stesso rapporto é di uno a dieci. 



Garotinho si difende: «Non sono un vigliacco»

Anthony Garotinho, convinto che la miglior difesa sia l’attacco, rilascia una infuocata intervista sul settimanale «Istoé» del 21 aprile nella quale ribadisce di avere gestito il problema della Rocinha con responsabilità e serietà, sottolineando le deficienze del governo federale. Il quale, certamente, non é esente da colpe: un anno fa lo stesso ministro Bastos promise una collaborazione effettiva con Rio e la rapida costruzione di carceri federali, ma ad oggi nulla di concreto é stato proposto. L’ex candidato alla presidenza della Repubblica vuole sia ben chiaro che «é molto facile incolpare noi segretari alla sicurezza che dobbiamo svolgere al minuto quel ruolo che il governo federale avrebbe dovuto svolgere all’ingrosso». Garotinho ha buon gioco nel fare rilevare la oggettiva difficoltà dell’incarico, specie nello Stato di Rio de Janeiro: «Se c’é un incarico che nessuno desidera é questo, e a Rio ancora di piú. Potrei essere segretario alla Promozione sociale per gestire oltre sessanta programmi, tuttavia ho deciso di assumere una responsabilità dalla quale molti uomini pubblici fuggono. Vigliacchi sono coloro che evitano di assumere gli incarichi più difficili. Io non sono un vigliacco».

Infine il segretario, a propria difesa, non tralascia un argomento molto controverso e dibattuto: quel certo strabismo dei mezzi d’informazione che si concentrerebbero soprattutto su Rio, tralasciando altre aree «difficili» del Paese. «La confusione (esercitata dai media, ndr) é tanta perché nella zona sud di Rio vivono figure influenti. Altre situazioni più drammatiche, che coinvolgono comunità che non possono far sentire la propria voce, non hanno questa ripercussione. Nello stesso giorno sono morte sei persone in una strage a São Paulo e sono stati trovati 19 cadaveri della guerra tra garimpeiros e indios di Roraima. Nella Rocinha sono stati uccisi tre civili innocenti. Non facciamo confronti con la vita umana, che é un bene prezioso in ogni luogo, ma le ripercussioni sono state diverse».


I numeri della Rocinha, la favela «classe média»

L’enorme ripercussione della «guerra della Rocinha» é dovuta, in realtá, alle proporzioni stesse della favela: 120mila gli abitanti, secondo le stime della Light, 2500 gli stabilimenti commerciali - tra cui l’immancabile McDonald’s, - una agenzia postale, varie agenzie bancarie, due supermercati, quattro scuole municipali. Non mancano case grandi, con due o tre piani, e perfino palazzi che ne hanno sei o sette. Questi numeri hanno tratto in inganno molti, tanto che la Rocinha é stata definita favela classe média, o bairro popular, per dirla col sindaco di Rio, Cesar Maia. In realtá i dati della «Fundação Getúlio Vargas», resi noti giovedí 15 aprile, non confermano questi scenari. Il reddito mensile medio del capo-famiglia, di 434 reais, é uno dei più bassi della città; i «miserabili», il cui reddito mensile é inferiore a 79 reais, rappresentano il 22 per cento della popolazione; solo un abitante su cinque ha frequentato almeno per otto anni la scuola.

Dati indirettamente confermati da quelli drammatici che disegnano la mappa dell’illegalità: in un mese si vendono in media 500 chili di cocaina - senza contare le altre droghe - per un fatturato di 560 milioni di reais all’anno; i punti di spaccio hanno ormai superato la cinquantina. Le uniche consolazioni restano quindi i riflettori dei media e l’attenzione delle autorità: ignorata infatti da tutti in giorni normali, quando certe attività sociali potrebbero essere realizzate pacificamente, la Rocinha, con la guerra, se non altro, torna tema di dibattito politico.