La musica migliore del mondo

Storie di colonialismo culturale. E di spudorata autoreferenza nei titoli di alcuni giornali inglesi. Che eleggono `Bohemian Rhapsody` e `One` come migliore brano e migliore disco della storia.

Questo titolo doveva essere quello di un racconto. In esso si doveva narrare la storia degli abitanti di un'isola che consideravano l'orizzonte della propria visione come limite del mondo. Le loro conoscenze della flora, della fauna, del cielo, della terra, dei costumi, della storia, della cultura, delle persone del pianeta intero erano rappresentate da quelle accumulate da tutte le persone dell'isola. Persone pertanto dotate di sei sensi, dato che dobbiamo includere quello della stupidità. I nativi di questo luogo non giudicavano se stessi - come il loro sesto senso suggeriva - tali. Essi erano convinti di essere la stessa e unica, definitiva, possibile e immaginabile stirpe di tutta la storia del pianeta. Fra queste persone - dato che avendo sei sensi potevano considerarsi umani - fatalmente sorse un compositore che, altrettanto fatalmente, componeva il tipo di musica che preferiva. Stava scritto, naturalmente -  per non dire ancora una volta fatalmente -, che a questi nativi piaceva la musica. Il tutto perché dotati della stessa carne, sangue e genesi di altre specie che, nonostante le conoscenze degli isolani, si intestardivano ad esistere. E poiché, come tutti, amavano la musica, di tanto in tanto eleggevano la miglior musica che fosse stata mai composta e che poteva essere composta. E, naturalmente e fatalmente, la migliore musica del mondo finiva per essere la stessa che i civilizzatissimi orecchi di questi civilizzati udivano, tutti i giorni. 

Era naturale. I nostri sensi sono sempre la nostra prima esperienza del mondo. E quando la prima è anche l'ultima, è sempre naturale sopraggiunga la stupidità; il sesto, anzi, è il primo e fondamentale senso di coloro che vedono fino a dove arriva la loro vista. Che bello se ciò fosse solo finzione... Questa isola esiste ed è un peccato, amici. Il mappamondo la esibisce tra le acque dell'Oceano Atlantico e del Mar del Nord. Le enciclopedie la indicano così: `stato insulare dell'Europa occidentale`. E perché i nativi non si sentano feriti, aggiungiamo la molto esauriente e sintetica riga: in quest`isola si parla inglese come in un'altra, la Giamaica. Chiedo perdono, che terribile analogia paragonarla a un pezzo di terra nelle Antille. Vogliamo dire: questa isola ha colonizzato il mondo con la civiltà delle sue armi. Sì, adesso siamo più vicini alla sua grandezza. È la stessa Inghilterra! L'antico impero dove il sole non tramontava, la terra dove ancora oggi Dio sempre salva la Regina. Da cosa, per favore, non domandatecelo. Vogliamo essere rispettosi. Tutti amiamo William Shakespeare e il vecchio più lucido che chiamiamo Eric J. Hobsbawn. Ma è proprio questo amore nei confronti dell`umanità che si è formato ai lati nonostante l'impero inglese, che ci spinge a continuare. «I fatti, i fatti!», ci grida un Lord con una frusta. I fatti, Sir. r. E loro sono di un'eloquenza che esige un cambiamento della guardia, della scrittura, con trombette ed in grassetto, in nero, dato che il grassetto in bianco ancora non c'è, Sir. I fatti: 

LETTORI DEL SUN ELEGGONO `BOHEMIAN RHAPSODY` COME MIGLIORE BRANO MUSICALE DELLA STORIA 


RIVISTA Q ELEGGE `ONE`, DEGLI U2, COME MIGLIORE BRANO MUSICALE MAI REGISTRATO 


Quello che salta alla vista, e fortunatamente tal senso non è collegato al sesto, non è nemmeno la contraddizione tra la prima e la seconda notizia, e nemmeno la creazione delle due categorie: migliore musica della storia e migliore musica mai registrata. La prima cosa che salta dentro la nostra retina e perfora il nostro cervello è la leggerezza. Sulla stampa anglosassone si elegge il `migliore`, il `maggiore` ed il `più...`, con la stessa superficialità e leggerezza con cui si potrebbe scegliere tra due marche di birra in un pub. La seconda cosa che ci fa rivoltare lo stomaco è l'ampiezza smisurata in verticale, in orizzontale, nel tempo, nello spazio, nella profondità, della notte dell'ignoranza. Com'è che si elegge la migliore musica della storia sulla base di una semplice raccolta di opinioni fatta in un angolo di strada? Anche se questo angolo di strada fosse il migliore ed il maggiore ed il più del mondo, dato che si trova a un crocevia di Londra, come può questa musica eletta possedere qualche valore, diciamo, estetico? Diremmo ignoranza, ma non vogliamo cadere nella stessa generalizzazione dei tabloid inglesi. Per criticare in libertà la stupidità non abbiamo bisogno di mentire. Ci basta l'eloquenza straordinaria della verità. Dato che l'elezione della rivista Q non è stata frutto di una rapida inchiesta di strada. E`stata condotta tra scrittori (quali, non domandatelo) e un gruppo di musicisti professionisti (quali, per favore, dimenticatelo) che hanno scelto `One`, degli U2, tra le 1001 migliori musiche mai registrate. Perché 1001 e non semplicemente 100, o 1000, dimenticatelo ancora una volta. Importa sapere che l'elezione è avvenuta grazie al contributo di persone specializzate che nei limiti, o meglio, negli infiniti della loro petulanza hanno scelto con sovranità e potere la migliore musica mai registrata di tutti i tempi. 

Verrebbe voglia di domandare: Edison, perché hai inventato il grammofono? Edison, perché hai passato tante notti in bianco della tua vita, se poi il risultato è così vile? Chissà se per un momento è volato, come l`ombra di un condor, di un condor che passa sulle Ande, qualche dubbio nel cervello degli elettori? Tutti sappiamo che l'ignoranza non ha dubbi. L'ignoranza possiede solo certezze. Ma sembra che questa elezione sia ancora di più di un'azione ignorante, raggiungendo un nucleo più sostanzioso, poiché vive e oscilla nel cuore di un ben robusto e solido preconcetto. Perché vedete, leggete, meditate: affermare che questa musica, inglese, o l'altra, anch`essa inglese, senza dubbio sono le migliori della storia o di quelle mai registrate, non è altro che voler dire: a) gli altri popoli non hanno musica; b) gli altri popoli hanno musica, ma nulla che si possa comparare a quella inglese. Per spiegare meglio questa aberrazione, mi piacerebbe non essere brasiliano. Mi piacerebbe conoscere Tom Jobim, Pixinguinha, Noel Rosa, Paulinho da Viola come se fossi nato in un posto differente dal Brasile. Anche per avere la grazia della rivelazione che deve avvertire uno straniero al cospetto della musica di questi geni. Mi piacerebbe non essere brasiliano per essere più asettico. Sforziamoci. Facciamo finta che io sia un latino di lingua spagnola. Per Dio, che dire dei boleri indimenticabili? Quale crimine commetteremmo occultando agli occhi della sensibilità del mondo Violeta Parra, Mercedes Sosa, Astor Piazzolla? Come dimenticare `Bienvenido en la orilla del mar`? Diciamolo, e per continuare questo esercizio, poniamo che io sia di lingua inglese. Ah, sarebbe ugualmente terribile il crimine che commetteremmo dimenticando `Stardust` di Nat King Cole, o quell'albero dagli strani frutti appesi dei negri americani uccisi dal Ku Klux Klan! 


Se la musica, se l'arte è qualcosa di vitale e per essere vitale è pertanto qualcosa di mortale, caduca, essa non trasmette comportamenti negativi o positivi futili. Cosa dire allora del preconcetto, che è di per se stesso l'opposto di qualsiasi forma di conoscenza? È evidente, è noioso dire che tutti i popoli hanno un genio con un suo carattere e con il suo destino di stare ed agire nel mondo. Ed essendo così universali, raggiungono la saggezza di cessare di essere particolari, cessando di fare della propria nazionalità uno scontro con le altre. Invece di essere antagonisti, abbracciano. Invece di opporsi a noi, ci conquistano con l`intento di possedere i nostri migliori talenti. Cosa importa che Cervantes sia spagnolo, Shakespeare inglese, Goethe tedesco, Tolstoi russo, Baudelaire francese, Pixinguinha brasiliano? Essi sono il meglio di noi in una vita di sogno e insonnia. Ma niente di tutto ciò sarà chiaro, nessun argomento resterà in piedi se non raccontiamo due piccoli casi sull'arroganza coloniale di alcuni inglesi. Il primo che mi viene in mente è quello di uno studente brasiliano che faceva il dottorato a Londra. La qual cosa è di per sé una doppia manifestazione di spirito e mentalità colonialista. Tanto di colui che ricerca il riconoscimento, quanto di chi lo concede. Il fatto è che un bel giorno, innocentemente, lo studente brasiliano domandò al suo tutore se conoscesse un'altra lingua. Risposta: «Io non ne ho bisogno. Tutto il mondo parla la mia». È oppure non è esemplare, questa risposta, un modello di benedetta ignoranza, preconcetto e soddisfazione di sé? Nel secondo caso, l'autore di queste righe conversava con una giornalista inglese. A un certo punto dell'Alto da Sé, a Olinda, qualcuno commentò che era inutile rimpiangere ciò che si è perso, poiché «non serve piangere sul latte versato». Al che la giornalista osservò: «Esiste anche qui da voi il "non serve piangere sul latte versato"? Incredibile. È la traduzione letterale di un proverbio inglese». Più tardi, qualche anno dopo, venuto a conoscenza di questa osservazione, così commentò uno spagnolo, illustre editore de "La Insígnia": «In verità l'origine di questo proverbio è latina. Gli inglesi considerano sempre le loro traduzioni all'origine del mondo»...


Al che torno ad essere brasiliano. Tolgo il suono degli U2, senza problemi dimentico la `Bohemian Rapsody`, e metto Pixinguinha al suo meritato posto. Su di lui dico una frase ridondante, poiché è composta interamente di sinonimi: Pixinguinha, l'immortale angelo negro autore di "Carinhoso". Detta questa ovvietà, lo faccio riposare e vado verso il geniale choro "1 x 0", con lui al sax e Benedito Lacerda al flauto. Dopo ascolto "Copacabana", cantata dalla voce del signor Dick Farney: `existem praias tão lindas cheia de luz, nenhuma tem o encanto que tu possuis..." (esistono spiagge così belle piene di luci, nessuna ha l'incanto che tu possiedi, ndt). E senza alcol, senza vanità mi dico: Copacabana resisterà attraverso i secoli a ondulare per le sfere dell'infinito. Anche quando la minuscola gente di questo granello chiamato Terra non esisterà più. E quando tutto l'imperialismo non sarà più nemmeno un ricordo. 



Traduzione di Alessandro Andreini


L`autore è giornalista e scrittore in Recife.




(em portugues)



A melhor música do mundo Urariano Mota

  

Esse título deveria ser o de um conto. Nele se narraria a história dos habitantes de uma ilha que conhecesse o mundo pelos limites do alcance da própria visão. O seu conhecimento da flora, da fauna, do céu, da terra, dos costumes, da história, da cultura, da gente de todo o mundo seria o conhecimento acumulado sobre a gente de todo o mundo da ilha. Gente portanto dotada de seis sentidos, pois devemos incluir o sexto, o da estupidez. Os nativos desse lugar não se julgavam - e, portanto, em seu sexto sentido não eram - nativos. Eles eram a própria e única e definitiva e possível e imaginável gente de toda a história do planeta. Nessa gente - e é fatal, pois com os seis sentidos era humana - surgiria um compositor, que, também é fatal, compunha, músicas de preferência. Estava escrito, é natural, para não dizer mais uma vez, é fatal, que esses nativos gostariam de música. Pois que eram dotados da mesma carne, sangue e gênese de outras espécies que, apesar de à margem do conhecimento ilhéu, teimavam em existir. E por assim gostarem de música, como toda a gente, de tempos em tempos elegiam a melhor música que algum dia já houve, ou mesmo poderia haver. E, é natural, é fatal, a melhor música do mundo acabava por ser aquela que os seus civilizadíssimos ouvidos ouviam, pois tais civilizados ouviam, todos os dias. Era natural. Os nossos sentidos são sempre a nossa primeira experiência do mundo. E quando essa primeira é a última, é sempre natural a estupidez.

Il gruppo degli U2

Il gruppo degli U2

O sexto, não, o primeiro e fundamental sentido, dos que vêem até onde a vista alcança.  Que bom fosse apenas ficção. Essa ilha existe, é um pena, amigos. O mapa-múndi exibe-a entre as águas do Oceano Atlântico e do Mar do Norte. As enciclopédias acrescentam-lhe uma linha: Estado insular da Europa ocidental. E para que não se sintam feridos os seus nativos, acrescentemos a tão econômica e modesta linha: essa ilha fala inglês como outra, a Jamaica. Perdão, que terrível analogia, compará-la a um pedaço de terra nas Antilhas. Queremos dizer: essa ilha colonizou o mundo com a civilização das suas armas. Sim, agora estamos mais próximos da sua grandeza. É a própria Inglaterra!!! O antigo império onde o sol não se punha, a terra onde até hoje Deus sempre salva a Rainha. De quê, por favor não nos perguntem. Queremos ser respeitosos. Todos amamos Shakespeare e o idoso mais lúcido a quem chamamos de Hobsbawn. Mas é justamente esse amor à humanidade que se fez à margem e apesar do império inglês que nos impele a continuar.  Aos fatos, aos fatos, grita-nos um Lord com um chicote. Aos fatos, Sir. E eles são de uma eloqüência que exigem uma mudança de guarda, de fonte, com trombetas e destaque, em negrito, pois destaques em branco ainda não há, Sir. Aos fatos:

 



LEITORES DO THE SUN ELEGEM BOHEMIAN RHAPSODY A MELHOR MÚSICA DA HISTÓRIA

REVISTA Q ELEGE ONE, DO U2, A MELHOR MÚSICA JÁ GRAVADA  




Pixinguinha

Pixinguinha

O que salta aos olhos, e àquele sentido que não alcança o sexto, não é nem a contradição entre o primeiro e o segundo destaque, nem tampouco a criação de duas categorias: melhor música da história e melhor música já gravada. A primeira coisa que pula para dentro da nossa retina e perfura o nosso cérebro é a leviandade. Na imprensa inglesa elege-se o melhor, o maior e o mais com a superficialidade e leveza com que se escolhe entre duas marcas de cerveja num pub. A segunda coisa que revolve em nossas circunvoluções é a ampliação desmesurada, na vertical, na horizontal, no tempo, no espaço, na profundidade da noite da ignorância. Como é que se elege a melhor música da história na base de uma simples coleta de opiniões na esquina? Ainda que essa esquina seja a melhor e maior e a mais do mundo, pois que se dá no cruzamento de duas ruas de Londres, como pode tal eleita possuir algum valor, digamos, estético? Dissemos ignorância, mas não queremos cair na mesma vala rasa dos tablóides londrinos. Para criticar com liberdade a estupidez não precisamos mentir. Basta-nos a eloqüência extraordinária da verdade. Pois a eleição na revista Q não foi um apanhado rápido na esquina. Ela se deu entre escritores (quais, não perguntem) e uma equipe de músicos profissionais (quais, por favor, esqueçam), que escolheram a One, do U2, dentre as 1001 melhores músicas já gravadas. Por que 1001, e não simplesmente 100, ou 1000, mais uma vez esqueçam.

Importa saber que a eleição se deu entre gente especializada, que nos limites, ou melhor, nos infinitos da sua petulância escolheu com soberania e poder a melhor música já gravada em todos os tempos. Dá vontade de perguntar: Edison, para que inventaste o gramofone? Edison, para que passaste tantas noites em claro, em que empregaste tanto a tua vida, se ela resulta num resultado tão pífio? Será que em algum momento sobrevoou como uma sombra de condor, de um condor que passa nos Andes, o cérebro dos eleitores alguma dúvida? Todos sabemos que a ignorância não tem dúvidas. A ignorância só possui certezas. Mas parece que tal eleição é mais funda que uma ação ignorante - ela atinge um núcleo mais substancioso, pois vive e ondula no cerne de um bem robusto e assentado preconceito. Porque vejam, leiam, meditem: dizer que esta música, inglesa, ou aquela, inglesa, sem dúvida, é a melhor da história ou das já gravadas, não é outra coisa se não dizer que: a) os outros povos não têm música; b) outros povos até que têm, mas nada que se compare à canção inglesa. Para melhor falar do tamanho dessa aberração muito gostaria de não ser brasileiro. Gostaria muito de conhecer Jobim, Pixinguinha, Noel Rosa, Paulinho da Viola, como se fosse um nascido em lugar diferente do Brasil. Até para ter a graça da revelação que deve sentir um estrangeiro diante da música desses gênios. Gostaria de não ser brasileiro, para falar mais isento. Esforcemo-nos. Digamos que eu seja um latino de fala espanhola. Por Deus, que dizer de boleros inolvidáveis? Que crime devemos cometer para ocultar dos olhos da sensibilidade do mundo Violeta Parra, Mercedes Sosa, Piazzolla?

 

Como olvidar Bienvenido en la orilla del mar? Digamos que sim, e para continuar nesse exercício, digamos que somos um falante inglês. Ah, seria mesmo terrível o crime que cometeríamos para esquecer Stardust com Nat King Cole, ou aquela árvore de estranhos frutos dependurados dos negros americanos mortos pela Ku Klux Klan! Se a música, se a arte é algo vital, e por ser vital, é portanto algo mortal, letal, ela não comporta atitudes e beicinhos e bem ou malquerenças fúteis. Que dizer então do preconceito que é em si mesmo o oposto de todo e qualquer conhecimento? É palmar, é tedioso dizer que todos os povos têm um gênio de ser, um modo de estar e agir no mundo que é o seu destino e seu caráter. E tão universais atingem a natureza que deixam de ser particulares, que deixam de ser a sua nacionalidade contra a de outros. Em vez de versus abraçam. Em vez de se oporem a nós, conquistam-nos pela qualidade de possuírem os nossos melhores talentos. Que importa mesmo que Cervantes seja espanhol, Shakespeare inglês, Goethe alemão, Tolstoi russo, Baudelaire francês, Pixinguinha brasileiro? Eles são o melhor de nós numa vida de sonho e insônia.

 

Mas nada disso ficará claro, nenhum argumento restará em pé se não contarmos dois pequeninos casos sobre a arrogância colonial de alguns ingleses. No primeiro que me acode à memória, um estudante brasileiro fazia o doutorado em Londres. O que já é, em si, uma dupla manifestação de espírito e mentalidade colonialista. Tanto de quem vai buscar reconhecimento quanto de quem concede. O fato é que um belo dia, em estado de inocência, o estudante brasileiro perguntou a seu orientador se ele conhecia outro idioma. Resposta: - "Eu não preciso. Todo o mundo fala a minha língua". Isto é ou não é exemplar, um modelo de bendita ignorância, preconceito e auto-satisfação?

 


Em outra, o autor destas mal traçadas conversava com uma jornalista inglesa. A certa altura do Alto da Sé em Olinda, comentou que era inútil lamentar o que está perdido, pois que "não adiantava chorar o leite derramado". Ao que lhe observou a jornalista: - "Existe isto aqui, esse ‘ não adianta chorar o leite derramado'? Incrível. Pois isto é a tradução literal de um ditado inglês". Mais tarde, anos depois, ao saber dessa observação, assim comentou um espanhol, ilustre editor de La Insígnia: - Vai ver que esse ditado é latino em sua origem. Os ingleses sempre acham que a sua tradução é a origem do mundo. No que volto a ser brasileiro. Tiro o som de U2, sem pesar esqueço a Bohemian Rhapsody, e ponho em seu merecido lugar Pixinguinha. Dele falo uma frase que é redundante, pois que se compõe somente de sinônimos em todas palavras: Pixinguinha, o imortal anjo negro autor de Carinhoso. Dito este óbvio, dou-lhe um descanso e vou para o genial choro 1 x 0, ele no sax e Benedito Lacerda na flauta. Depois ouço Copacabana, levado pela voz do senhor Dick Farney: "existem praias tão lindas cheias de luz, nenhuma tem o encanto que tu possuis....". E sem álcool, sem ufanismo me digo: Copacabana continuará pelos séculos, a ondular pelas esferas no infinito. Até mesmo quando a minúscula gente deste grão de Terra não mais existir. Quando todo o imperialismo não for nem lembrança.