Tra gli album di Chico Buarque spesso si riscontra la presenza di capolavori. E se oggi parliamo di `Construção`, è anche perché contiene un capolavoro letterario, oltre che musicale.
i potrebbe scegliere a caso tra i vari frutti del bigoncio di Chico Buarque, e avere buone probabilità di trovare un capolavoro. Se oggi parliamo di Construção, è anche perché contiene un capolavoro letterario, oltre che musicale, come la title-track, l'epilogo della vita di un muratore, che esaurisce la sua esistenza precipitando a terra e ingarbugliando il traffico. Un pezzo doloroso da ascoltare, ma un'esperienza quasi iniziatica. Lo stile è diverso, più tragico e meno lieve, ma era dai tempi di Noel Rosa che non si assisteva a una tale perfezione nel connubio musica-testi. Il disco, del 1971, fu prodotto da Roberto Menescal, e vedeva la partecipazione di Tom e Paulo Jobim, e degli MPB4. Si parte con `Deus Lhe Pague`, il contraltare tematico e melodico di `Construção`, una specie di remix ante litteram, meno struggente ma un po' più gotico.
La copertina dell`album
Il disco prosegue su un livello di assoluto valore, con un classico come "Cotidiano" (Todo dia ela faz tudo sempre igual Me sacode às seis horas da manhã Me sorri um sorriso pontual E me beija com a boca de hortelão), e prosegue con le aperture melodiche bossanoviste di `Desalento` (Sim, vai e diz Diz assim Que eu rodei Que eu bebi Que eu caí Que eu não sei Que eu só sei Que cansei, enfim Dos meus desencontros Corre e diz a ela Que eu entrego os pontos). E arriviamo subito, così, senza preavviso, alla fine della prima facciata, a `Construção`, un monolito emotivo, un brano ostico eppure bellissimo, un testo memorabile, che possiamo riportare purtroppo solo in piccola parte: "Amou daquela vez como se fosse a última Beijou sua mulher como se fosse a última E cada filho seu como se fosse o único E atravessou a rua com seu passo tímido Subiu a construção como se fosse máquina Ergueu no patamar quatro paredes sólidas Tijolo com tijolo num desenho mágico Seus olhos embotados de cimento e lágrima Sentou pra descansar como se fosse sábado Comeu feijão com arroz como se fosse um príncipe". L'arrangiamento, curato da Roberto Menescal, insiste crudelmente ad aggiungere pathos emotivo, che diventa quasi insopportabile, e si scioglie nell'epilogo, tragicamente poetico, mentre il testo incede, per ricombinazioni, inversioni, e utilizzando artifici narrativi degni di Queneau o Calvino, giochi di parole che depongono la loro funzione ludica e rivelano la missione di scavare il più a fondo possibile nell'ascoltatore: del resto, le case si costruiscono partendo dalle fondamenta. Il secondo lato si apre con più levità, e il pezzo di sollievo si chiama "Cordão", una sambossa ammiccante. E però, subito dopo, Chico ci svela un altro aspetto del suo lato drammatico, seppure più crepuscolare, con una ballata che è diventata patrimonio del repertorio di innumerevoli cantanti: "Olha Maria", composta assieme a Tom Jobim, pervasa di tristezza e stemperato erotismo (Parte, Maria Que estás toda nua Que a lua te chama Que estás tão mulher Arde, Maria Na chama da lua Maria cigana Maria maré).La seconda facciata prosegue con questo incedere altalenante con "Samba de Orly", l'aeroporto francese, di cui Chico disse in un'intervista che avrebbe voluto chiamarla "Samba de Fiumicino", dato che all'epoca viveva esule in Italia, ma non suonava altrettanto bene. Un samba critico contro il regime militare nel più classico stile di Chico, di cui parte del testo originale è stata resa nota solo dopo l'avvento della democrazia [Pede perdão Pela duração (Pela omissão)* Dessa temporada (Um tanto forçada)* - * tra parentesi il testo originale prima della censura -]. Il disco volge alla fine, anticipata da "Valsinha", composta assieme a Vinicius De Moraes, un altro brano metabolizzato da chiunque, cui fa seguito "Minha Historia", una libera versione di Gesù Bambino di Dalla, per un carteggio musicale transatlantico che proseguì almeno fino a Meus Caros Amigos, che echeggiava sin dal titolo "Caro amico ti scrivo", di cui era complementare. Il disco si chiude, infine, con "Acalanto", una ninnananna semplicissima, ma di cui l'ascoltatore aveva bisogno, per essere cullato un'ultima volta da quest'opera intimamente politica, ma pubblicamente emotiva.