L’”Associazione donne brasiliane in Italia” di Roma ha per obiettivo dare sostegno e solidarietà alle immigrate dal Brasile fornendo loro assistenza e aiuto concreto per l`inserimento dei loro figli.
'"Associazione donne brasiliane in Italia" è stata fondata a Roma nel 1996, da un gruppo di agguerritissime donne brasiliane. Il loro obiettivo primario è di dare sostegno e solidarietà alle immigrate brasiliane, fornendo assistenza legale e psicologica, e dando inoltre un aiuto concreto per l'inserimento dei loro figli. Rosa Mendes, ideatrice dell'associazione, ci parla dei loro progetti. Da sempre impegnata nel mondo politico e sindacale, Mendes continua la sua battaglia quotidiana contro la violenza e ogni tipo di discriminazioni, a iniziare da quelle sessuali e razziali. Particolarmente attenta alle problematiche connesse al fenomeno migratorio, collabora con varie organizzazioni: oltre che da quella da lei fondata fa parte dell' "Associazione No.Di." e del "Tavolo Migranti" del Social forum europeo.
Rosa Mendes
«In Italia il vero problema», afferma la Mendes, «è la vasta campagna d'informazione contro l'immigrato, dettata da una "cattiva" legge sull'immigrazione: una legge xenofoba, discriminante e razzista. La stampa e i mezzi di comunicazione danno un'immagine negativa dell'immigrato: ma lo straniero non è nemico di nessuno».
Come è nata la vostra associazione?
«La nostra associazione è nata nel 1993, subito dopo il mio arrivo in Italia. Intenzionata a proseguire l'attività politica iniziata in Brasile, e dopo aver osservato le varie associazioni di donne straniere presenti a Roma, decisi di fondare un'associazione di donne brasiliane. Superate le molte difficoltà iniziali riuscii, con altre cinque ragazze, a dare luogo all'"Associazione donne brasiliane in Italia", regolarizzata da un proprio statuto, nel 1996».
Quali sono i problemi più frequenti delle donne brasiliane in Italia?
«Il problema principale è la violenza all'interno delle mura domestiche: donne maltrattate, figli contesi e una serie di problematiche molto pesanti. La nostra associazione fornisce un appoggio a queste donne, offrendo loro consulenza legale e psicologica. Inoltre diamo un aiuto per collocare i minori nelle scuole e nelle varie istituzioni. La difficoltà sta nel fatto che la donna immigrata è vulnerabile: non perché le manchi la forza, ma piuttosto perché non sa esattamente quali siano i suoi diritti. Ci sono casi molto difficili che seguiamo da anni».
In caso di contesa di figli, le donne immigrate sono abbastanza tutelate?
«La legge è uguale per tutti. Non abbiamo mai perso un bambino. Il bambino va alla madre, a meno che la madre abbia degli impedimenti seri: ma questo non ci è mai capitato».
Riunione presso la sede dell`Adbi, a Roma
Tra i vari casi di cui si è occupata, qual è quello che più l'ha coinvolta a livello emotivo?
«Ce ne sono moltissimi, ma ce n'è uno in particolare a cui abbiamo lavorato tanto, che si è fortunatamente concluso in maniera positiva. E' la storia di una donna brasiliana che vive in Germania, sposata con un italiano (un sardo): insieme hanno tre figli. Un giorno il marito dice di volerla portare, per le vacanze, in Sardegna dai suoi genitori. Ma è l'inizio di un incubo. A casa dei suoceri riceve ogni tipo di maltrattamento: picchiata dal padre di lui, malnutrita, costretta a lavorare duramente a pochi giorni dal parto. Una situazione terribile che la porta a pesare 36 chili. Prigioniera di quel posto, decide di chiamare la sua famiglia in Brasile, che subito si mette in contatto con la polizia tedesca. In questo modo la donna riesce a tornare in Germania, ma è costretta a lasciare i suoi figli in Sardegna. Decide così di rivolgersi al consolato (da sei mesi ormai non riesce a vedere i propri bambini) che le consiglia di mettersi in contatto con la nostra associazione. Mi sono occupata di questo caso per un anno: essendo coinvolti tre paesi (Brasile, Germania e Italia) è finito al Tribunale dell'Aia. Fortunatamente questa donna ha vinto la causa, ed è riuscita a riavere i suoi bambini. Al padre è stata tolta la patria potestà».
Gli avvocati che collaborano in questi casi sono volontari?
«In genere lavoriamo con una rete di avvocati volontari, ma spesso capita di doverli pagare, come nel caso che vi ho appena raccontato».
I fondi provengono dalle varie attività che organizzate?
«In questo periodo è partita la nostra campagna "socio-solidale", destinata a chiunque decida di sostenere l'associazione.
I nostri progetti, alcuni finanziati e altri no, ci aiutano ad andare avanti: grazie al sostegno del comune di Roma, quest'anno abbiamo organizzato un doposcuola, terminato proprio adesso, e destinato ai figli degli immigrati brasiliani. Scopo del progetto: recupero della cultura di origine. La nostra associazione promuove inoltre corsi di lingua italiana e di capoeira, e si occupa dell'organizzazione di feste e manifestazioni: Venerdì 10 ottobre, ad esempio, abbiamo festeggiato il Dia das Crianças, la Giornata del bambino, presso l'ambasciata brasiliana a Roma. La nostra associazione è divisa in commissioni: la commissione pedagogica che si occupa dei bambini, quella sociale, che si occupa delle donne che chiedono il nostro aiuto, e quella culturale, presieduta da Flavia Liz De Paulo, che è anche la nostra addetta ai rapporti con la stampa. Tra le donne che collaborano con noi, molte sono laureate».
Quanto conta, all'interno di una comunità emigrata all'estero, la conservazione dei valori culturali della propria terra, e quanto invece l'integrazione e lo studio della cultura del paese ospitante?
«L'integrazione è molto importante, ma è altrettanto importante conservare la cultura di origine. Come abbiamo detto, i nostri corsi per il recupero della cultura di origine sono organizzati in particolar modo per i bambini: bambini arrivati in Italia molto piccoli, oppure adottati da coppie italiane. A questo proposito, abbiamo in programma di organizzare consulenze per le coppie che decidono di prendere un bambino in adozione: per dare loro un po' di supporto, e far conoscere loro la cultura brasiliana, con lo scopo di farle avvicinare ulteriormente al bambino. Il lavoro che stiamo facendo con i bambini è molto importante, perché il bambino che riconosce la sua appartenenza, giungendo a conoscenza della propria identità, cresce più consapevole e più sereno all'interno della società che lo ospita: la sua integrazione in questo modo è molto più facile. La stessa cosa vale per l'adulto. Sono brasiliana, il Brasile mi appartiene e rimane nel mio cuore, ma da dieci anni vivo in Italia. Ora è questo il mio paese, e se vivo qui, è per una mia scelta: pertanto devo sentire l'Italia come il mio paese. Se hai la consapevolezza di quello che sei e di quello che vuoi, si vive meglio. Io vivo qui per scelta. La situazione del rifugiato politico, invece, è molto diversa e senz'altro più difficile: il rifugiato non è qui per scelta, non è libero di tornare indietro. E per lui, è più doloroso».
Molto spesso accade che persone laureate, non vedendo riconosciuti i propri titoli di studio in Italia, debbano adeguarsi ai lavori più umili. Le istituzioni stanno facendo qualcosa per risolvere questi casi?
«Questo è un problema che riguarda i governi, tanto il governo italiano quanto quello brasiliano. Esistono accordi bilaterali, in base ai quali i titoli di studio acquisiti all'estero possono essere riconosciuti: spesso però bisogna fare un percorso integrativo di uno o due anni, in base alla corrispondenza delle varie materie».
Come sono i vostri rapporti con l'ambasciata brasiliana?
«Ottimi. Molto spesso sono proprio loro a mandarci le donne che hanno bisogno del nostro aiuto. Inoltre, l'associazione "Donne brasiliane in Italia" fa parte del `Consiglio del cittadino`, un organismo istituito al fine di monitorare l'operato del consolato nei confronti dei cittadini».
Da immigrata, come giudica l'accoglienza italiana nei confronti degli stranieri?
«L'italiano in quanto "individuo", è molto ben predisposto. Il vero problema consiste nella vasta campagna d'informazione contro l'immigrato, dettata da una cattiva legge sull'immigrazione: una legge xenofoba, discriminante e razzista. La stampa e i mezzi di comunicazione danno un'immagine negativa dell'immigrato: ma l'immigrato non è nemico di nessuno. Inoltre, anche dalla nuova costituzione emerge una netta chiusura dell'Europa nei confronti dell'immigrazione. Ma non dobbiamo dimenticare che emigrare è uno dei diritti fondamentali della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e della Costituzione italiana: tutti noi abbiamo il diritto di emigrare. L'italiano deve inoltre ricordare che fino a cinquanta anni fa era lui l'emarginato che viveva nei ghetti del Brasile, dell'Argentina, degli Stati Uniti... Attualmente stiamo organizzando un osservatorio antirazzista contro qualsiasi tipo di discriminazione: questa idea è nata da una grande organizzazione, "Senza Confine", alla quale partecipano varie associazioni, tra cui la nostra».
A quanto ammonta, oggi, il numero degli immigrati brasiliani in Italia?
«Purtroppo non sono in possesso di questi dati, ma posso dire che l'emigrazione brasiliana è di tipo "ciclico", nel senso che non ha un'andatura costante. Quasi tutti quelli che partono dal Brasile, lo fanno con l'idea di tornare il più presto possibile: vengono qui per fare un po' di soldi e potersi così comprare la casa, la macchina, oppure per aprire un negozio, alcune addirittura per rifarsi il naso... Spesso però accade che molte donne, alla fine, decidano di rimanere in Italia per amore».
In percentuale, sono di più i brasiliani che tornano al proprio paese, o quelli che decidono di rimane in Italia?
«Senz'altro sono di più quelli che tornano in Brasile».