Nel 1680 il governatore portoghese di Rio occupa una penisoletta sul Rio de la Plata, vi fonda Colônia do Sacramento e minaccia Buenos Aires. Con lui schiavi neri e forse un santo. Nero anche lui.
eonardo Sciascia scrisse una volta da Palermo al suo amico Jorge Luis Borges, chiedendogli perché il quartiere Palermo di Buenos Aires si chiamava così. Quando Sciascia voleva sapere una cosa, non c'era verso di farlo desistere. Borges, che in quel quartiere aveva casa, rispose a Sciascia che era per via di un fraticello che si chiamava San Benito de Palermo. La cosa fini lì: le spiegazioni puntuali spengono ogni curiosità, che invece divampa se la risposta è sospetta. E forse Sciascia avrebbe scritto un romanzo sul quel fraticello, se avesse letto una certa guida letteraria di Buenos Aires che spiega la cosa in un'altra maniera. Questa. Un mercante siciliano di carni, tale Giovanni Domenico Palermo, spintosi fin laggiù in cerca di fortuna e accasatosi felicemente con un'ereditiera di laggiù, era tanto devoto di un frate di Palermo che alla fine del Cinquecento gli fece costruire una cappella su un terreno di proprietà della moglie, in una contrada che per l'appunto si chiamava Buenos Aires.
Busto ligneo di fra Benedetto (Palermo, primi del Seicento)
Tutto questo non quadra. Un avventuriero siciliano, alla fine del Cinquecento, era quasi impossibile che arrivasse laggiù. E non per difetto di intraprendenza. I re di Spagna e Portogallo a quei tempi non consentivano ai loro sudditi che non fossero spagnoli o portoghesi di risiedere stabilmente e commerciare nelle Indie. E c'è un'altra buona ragione per dubitare: fino al 4 aprile del 1589 quel frate era ancora vivo, in fin di vita ma vivo, nella sua cella di un convento alle porte di Palermo. Fu nella prima metà del Seicento che i francescani portoghesi, informati della sua fama, lo offrirono alla venerazione degli schiavi africani convertiti, in Portogallo e in Brasile, con il nome di Bento o Benedito. Gli spagnoli furono più tiepidi, non commerciavano con gli schiavi e nella loro parte d'America, tutto sommato, non ne avevano tanti.
Quel frate si chiamava Benedetto. Aveva anche un cognome, Manasseri. Detto così sembra una battuta. Manasseri era il cognome del padrone di suo padre, che a San Filadelfo, oggi San Fratello, cittadina della diocesi messinese, aveva voluto che il bimbo nascesse libero come la madre, africana subsahariana pure lei, ex schiava di un altro padrone. Anche in Sicilia, come in tutto il Mediterraneo occidentale, c'erano dei proprietari terrieri che compravano schiavi africani, ed erano contenti se i loro schiavi si sposavano tra loro. Oggi noi non abbiamo la minima idea di quanti schiavi o ex schiavi africani vi fossero nel Mediterraneo verso la metà del Cinquecento. Benedetto era nato nel 1524. Analfabeta, gran terapeuta - o se si vuole, autore di miracoli strabilianti - , fu un interprete raffinato delle sacre Scritture. Prima di entrare in convento aveva trascorso tanti anni in montagna con un eremita che in realtà era un umanista coltissimo, e ne era stato l'allievo migliore. Lope de Vega, nel 1607 o giù di lì, gli dedicò una commedia con una trama mezza di fantasia e un intreccio pasticciato ma divertente, la "Commedia famosa del santo negro Rosambuco della città di Palermo". Secondo Lope, gli schiavi africani di Palermo, e anche Filippo III che guardava alla Sicilia come a un pezzo d'Africa, e che male c'era, facevano il tifo perché quel fraticello riuscisse a diventare patrono della città di Palermo.
La sentenza di beatificazione
Per qualche anno la causa di beatificazione andò a gonfie vele. Poi il vento calò. Fra Benedetto non fu fatto santo presto, i processi dei santi non sono diversi dai processi della gente qualsiasi, a volte durano poco e a volte tanto, e la causa di Benedetto durò tanto, così tanto che nel Settecento un testimone americano di quel processo che non finiva mai si presentò dove era stato convocato, venne interrogato e rispose: "Ma come, non è ancora santo? Ma se in America è santo da tanto tempo!" Il decreto di canonizzazione è del 1807. San Benedetto il Moro, l'anno dopo, fece in tempo a benedire dal cielo la famiglia reale portoghese, che per sottrarsi a Napoleone lasciò Lisbona in fretta e furia e si rifugiò a Rio de Janeiro. Sono giusto due secoli quest'anno.
Torniamo indietro, nel tempo e nello spazio. L'afrosiculo Benedetto, frate laico santo-non santo che non aveva mai preso gli ordini perché nessuno glieli aveva dati mai, ed era stato cuciniere ma anche superiore di quel convento di Palermo, nel Seicento fece fortuna in America con il nome di San Benito e di São Bento/Benedito. Canonizzato dal basso, a furor di popolo. Che non fosse ancora santo del cielo importava ben poco ai portoghesi, refrattari per principio alle prescrizioni di Roma. A Rio de Janeiro, nel 1612, era già su un altare della chiesa della Madonna del Rosario. Venerato da tutti, anche dai bianchi. In quegli anni le corone di Spagna e Portogallo erano unite. Poi nel 1640 il Portogallo tornò a essere indipendente, ma in Brasile ci volle del tempo per rimettere la casa e le cose in ordine, c'erano ancora gli olandesi nel nord-est. Quando anche gli olandesi se ne andarono, i portoghesi presero fiato e si spinsero sempre più a sud, a provocare gli spagnoli sul Rio de la Plata, estremo lembo della fetta d'America portoghese. C'era solo da stare attenti a non farsi beccare al di là di quella linea convenzionale, pattuita a Tordesillas nel 1494 con i buoni uffici del papa: in America non si litiga, spagnoli a ovest e portoghesi a est, e ciascuno per sé. Tra parentesi, sei anni dopo i portoghesi furono tanto fortunati da scoprire quel gran pezzo d'America a est della linea di Tordesillas, e lo chiamarono Brasile.
Il Rio de la Plata è l'estuario sterminato del Rio Paraná, dove sembra che l'America sia stata sbudellata, con la linfa vitale che esce e inonda l'oceano, e se vogliamo era così che la pensavano a corte. Dal Rio de la Plata passarono per secoli finendo chissà dove l'argento contrabbandato della Bolivia e l'oro contrabbandato del Minas Gerais. Un'inarrestabile emorragia di metalli preziosi che aggirava il dazio. I portoghesi lo sapevano e si diedero da fare, gli spagnoli lo sapevano ma non potevano farci nulla.
Buenos Aires era lì, sulla riva sud del Rio de la Plata, ma non poteva farci nulla. Oggi c'è pure Montevideo sulla riva nord, allora non c'era. E fu così che nel gennaio del 1680 un certo Manoel Lobo, governatore di Rio de Janeiro, con due centinaia di armati e una sessantina di schiavi africani, uomini e donne, partì per mare e andò a prendersi una penisoletta da niente, sul Rio de la Plata, proprio di fronte alla città di Buenos Aires. Occupò quel fazzoletto di sponda e lo cinse di mura sul lato di terra. Così nacque Colônia do Sacramento.
Ragioniamo. Se nel 1612 il frate afrosiculo era già il santo-non santo degli schiavi e non solo degli schiavi di Rio de Janeiro, arrivò senz'altro sul Rio de la Plata con gli schiavi africani di Manoel Lobo, governatore di Rio de Janeiro. E ci arrivò come feticcio. Esistevano allora, e ancora esistono, certe statue da vestire di santi che sembrano bambole, con la testa il busto due mani due piedi e un telaio di legno, simile al girello dei bimbi che imparano a camminare, e il resto di stoffa. Una statua così c'è nel Museo di Arte sacra di Angra dos Reis, non lontano da Rio de Janeiro. Ogni tanto la svestono e la rivestono. Fatto sta che a Colonia del Sacramento (Uruguay), ricostruita com'era alla fine del Seicento e Patrimonio Unesco dal 1995, c'è una cappella con una statua-bambola del santo nero-non santo. E qui la storia si ingarbuglia nuovamente. La cappella è del 1761, furono gli spagnoli a costruirla in una specie di piazza d'armi, affinché San Benito li aiutasse a sconfiggere i portoghesi.
Angra dos Reis (Rio de Janeiro): un São Benedito «de vestir»
Ed è più che probabile che a Colonia del Sacramento, ottant'anni prima, da qualche parte ci fosse una baracca di São Benedito, nei pochi mesi in cui i portoghesi di Rio resistettero al nemico prima di arrendersi e perdere per la prima volta la posizione. Gli indios guarani li fecero a pezzi per conto degli spagnoli, ma non toccarono i pochi indios tupi giunti dal nord con Manoel Lobo, e neppure i suoi sessanta africani, che finirono tutti a Buenos Aires. Furono loro i primi africani di Buenos Aires, e magari ci andarono con il feticcio, il santo-non santo nero, il santo-bambola. Che a Buenos Aires prima o poi prese piede, ammesso che non lo conoscessero ancora. È solo un'ipotesi, ma ha un fondamento storico, diversamente dalla spiegazione della guida letteraria di Buenos Aires. Un mercante straniero, si suppone cattolico prudente, ben accasato nel Puerto de Nuestra Señora de los Buenos Aires, non sarebbe mai stato sprovveduto al punto da far costruire una cappella a un frate nero del paese suo, con il rischio, a cose fatte, di farsi rivolgere domande tecniche puntuali e imbarazzanti.
Colonia del Sacramento, in un secolo, passò di mano quattro volte, dai portoghesi agli spagnoli e viceversa. Quando non si combatteva, si trattava. Si tirava da una parte e dell'altra la linea pattuita a Tordesillas. Passa dalle Azzorre, no, subito a ovest delle Azzorre, macché, al centro delle Azzorre. L'ultimo assalto lo vinsero gli spagnoli. Oggi Colonia del Sacramento è Uruguay. I turisti arrivano sempre più numerosi da tutte le parti. A vedere la cappella di San Benito non vanno in molti, è fuori mano. Qualcuno chiede, ma a Colonia sul loro santo nero milagroso non sanno quasi più nulla di certo. Fino a qualche anno fa le prime comunioni si facevano tutte da lui. Dicono che fa molti miracoli, che vengono anche da Buenos Aires per ringraziarlo dei miracoli che fa. Un tempo lo portavano in processione per fare piovere, e se non pioveva lo punivano seppellendolo a testa in giù fino a che non pioveva. Forse era una vecchia polena di nave spinta verso terra dalle acque rosa del Rio de la Plata, il solito santo portato dall'acqua, o forse fu una sua devota nera a dedicargli la cappella, ma non si sa quando, e questo, anche se non è vero, è più credibile. Forse la statua la fecero gli indios del posto. Ma perché la fecero? Per fare piovere, si dice. Ma perché un santo nero, fatto dagli indios per fare piovere? Non è che la rifecero tale e quale a una statua più antica?
Colonia del Sacramento. La cappella di San Benito (1761)
La cosa che più incuriosisce è che la statua di San Benito di Colonia del Sacramento è una statua-bambola, sull'altare maggiore della cappella eretta dagli spagnoli nel 1761, ed è più alta delle solite statue. Una statua da vestire di proporzioni inusuali. Da un lato e dall'altro dell'altare ci sono due vetrinette con gli ex voto d'argento schierati in file ordinate, occhi mani piedi braccia gambe e anche parti intime del corpo di uomini e donne. Questi ultimi pezzi sono appesi in alto, lontano da occhi e commenti indiscreti.
Tra le mani del santo-bambola c'è un crocifisso d'argento del secolo diciottesimo, il tipico crocifisso dei gesuiti delle Missioni del Rio Grande do Sul. Poco lontano dalla cappella, fino a qualche mese fa, si poteva visitare quello che chiamavano il sepolcro di San Benito: un'edicola isolata, dove si dice che interrassero la statua a testa in giù, come si fa ancora in Portogallo e in Brasile con Santo Antônio casamenteiro, il procacciatore di nozze, appeso al letto delle ragazze a testa in giù, finché non si trova un marito quale che sia. Ora l'edicola non c'è più, tutto è stato spianato per fare un albergo. Bastava che qualcuno si desse una regolata, ma ormai è fatta. Troppo tardi per fare domande. In questi casi, anche a fare domande la risposta non arriva. O forse ne arriva una, puntuale, una sola: è il turismo che avanza.
10.02.08