Di passaggio in Italia, i due writer spiegano a "Musibrasil" come i murales in Brasile coniugano vocazione sociale e riqualificazione urbana. E si stupiscono per la repressione che esiste nel Belpase.
i passi accanto camminando per strada, li vedi schizzare sulla metropolitana, ti colpiscono per le forme, i colori, e la maggior parte delle volte ti sfugge il messaggio, il concetto contenuto in quelle lettere stilizzate che giganteggiano sui palazzi. La gente sembra essersi abituata alla presenza di scritte sui muri. Qualcuno li ritiene ancora - e in alcuni casi lo sono davvero - atti di vandalismo che imbrattano lo scenario delle nostre città. Ma negli ultimi decenni ne hanno costituito quasi una caratteristica distintiva, una forma d'arte che ha accompagnato, modificandosi e raggiungendo livelli tecnici sorprendenti, la storia delle metropoli di tutto il mondo.
I due writer brasiliani Julio e Bigode in un disegno eseguito da loro
Anche in Brasile la diffusione dei graffiti avviene attraverso la penetrazione del rap, che ha avuto un grande successo negli strati popolari anche per una certa omologia con diverse forme musicali che utilizzano componimenti in rima, così come il writing si innesta sull'utilizzo locale della pittura murale. Questo fa sì che i graffiti brasiliani assumano ben presto caratteristiche peculiari, la prima delle quali è che vengono disegnati con l'aerografo, per ovviare ai costi degli spray in latta, troppo elevati per gli artisti di strada.
Julio e Bigode fanno parte del gruppo di grafiteiros "Nova 10ordem" di Salvador che, oltre a loro, conta altri cinque componenti, il più anziano dei quali supera di poco i 30 anni. «All'inizio si chiamava "Nova Ordem" - raccontano -, poi abbiamo conosciuto amici italiani che ci hanno spiegato che la traduzione in italiano aveva un significato un po' fascista, e poiché non vogliamo avere niente a che vedere con questo, abbiamo aggiunto quel 10 che in portoghese permette un gioco di parole con il termine "nova"». Da tre anni la coppia di amici cha iniziato a collaborare con l'Icbie (Istituto culturale Brasile Europa) di Salvador, di cui "Musibrasil" si è già occupato in febbraio (http://musibrasil.net/articolo.php?id=1760). Ne hanno conosciuto il presidente Pietro Gallina e hanno cominciato a frequentare l'Istituto come volontari e studenti dei corsi di italiano. Ora tengono lezioni di disegno e graffiti per i ragazzi della comunità.
Quest'anno, per la prima volta, gli scambi favoriti dall'Icbie fra Italia e Brasile hanno permesso loro di venire in Italia, grazie all'appoggio del Comune di Salvador e l'accoglienza dei turisti italiani che negli ultimi anni sono passati per l'Istituto, che si sono prodigati per ospitarli e che - raccontano Julio e Bigode - in alcuni casi sono arrivati quasi a litigare per aggiudicarsene l'ospitalità. Così, in poco più di un mese, hanno avuto la possibilità di portare la loro arte in mostre a Verbania e Bassano del Grappa, di partecipare a una festa del volontariato locale per il Brasile a Reggio Emilia e poi a Bologna, Milano, Firenze, e Roma. Qui hanno partecipato a una giornata organizzata nel XI Municipio, dove hanno lasciato in dono una loro opera per consolidare l'interscambio fra Roma e Salvador.

Qui sopra e di seguito, alcuni murales realizzati in Brasile dai due writer
Bigode, che ha guadagnato il suo soprannome nel mondo della capoeira, ricorda i tempi in cui a Salvador si girava con il compressore in spalla, che, al momento opportuno, di certo non favorisce la fuga. Lui e Julio hanno iniziato una decina di anni fa nella capitale baiana, quando il grafiteiro era ancora visto come un «vagabondo». «Fino a 3 anni fa - osserva Bigode - era un distruttore, era represso, oggi è un artista di strada, un "costruttore"». E parlando della loro esperienza, diventa evidente come, a partire da condizioni limitanti, sia possibile, attraverso l'arte, costruire mille percorsi che portano a crescere, a capire, a conoscere, in giro per il mondo.
L'impressione è che le istituzioni baiane abbiano investito molto nel lavoro di questi ragazzi, promuovendoli e coprendo i costi per i materiali. «Abbiamo disegnato tutta la città», dice Julio, «e da quando il grafite è permesso ha cambiato la vita di molte persone», riferendosi ai pericoli di devianza che riguardano molti dei ragazzi con cui lavorano. Quando gli chiediamo qual è l'effetto che questa arte ha sulla comunità, Bigode sorride dondolando la testa: «Rapaiz, è grande», ci risponde, mentre Julio mi descrive ciò che chiamano «multirão», fenomeno nato a Recife poi diffusosi a Rio e Salvador in aree suburbane, «nere, grigie», nelle sue parole. «C'è sempre un grafiteiro in queste comunità che chiama tutti gli altri di Salvador e arrivano 30, 40 persone, anche 100 grafiteiros che dipingono tutto. Nessuno ci guadagna niente, è solo per il piacere di fare graffiti. La gente della comunità vede tutte queste persone disegnare tutto il giorno. E il ministerio publico che organizza tutto questo manda anche band reggae, raggamuffin a suonare. Se dici che sei un grafiteiro ti aprono le porte. Quando stai disegnando ti portano acqua, birra, di tutto. Tu disegni e loro si mettono a ballare affianco, portano uno stereo e si mettono a ballare forró, interagiscono. I bambini cominciano a disegnare. Per la comunità è un giorno diverso».
Il writing ha sempre avuto fra i suoi obiettivi richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sui problemi sociali, ma in Brasile ha trasformato la sua vocazione sociale in un atto di riqualificazione urbana. «E quando disegniamo nelle comunità, il tema dei graffiti non è di protesta, sono fiori, cose belle, per non ricordargli sempre che sono poveri - raccontano Julio e Bigode -. Tu esci di casa, vedi un muro grigio, distrutto, neanche lo guardi più. Ma se appare un graffito là, la gente comincia a pensare, che sia bianco o azzurro. Alla gente piace, cominciano a dire "Disegna mia madre!" "Qui in famiglia ci piace la spiaggia, disegna una spiaggia là", comincia ad esserci uno scambio, non c'è più quello stereotipo del grafiteiro vagabondo, neanche ci conoscono e ci portano in casa, per il fatto che siamo lì a disegnare, ad abbellire il quartiere».
E' questa visione del writing che i due writer hanno presentato in Italia, dove sono rimasti spesso stupiti dalla repressione di cui l'arte è ancora vittima. Hanno molto apprezzato il livello artistico dei "pezzi" più grandi e si sono sorpresi della quantità di scarabocchi («come li chiamate voi»), anche dette tag, le scritte con l'acronimo-firma. In queste hanno ritrovato la pratica di chi agisce velocemente, propria dei contesti in cui l'arte dei graffiti è ancora proibita. «Li ho molto apprezzati, perché è una attività repressa dalla polizia e dal governo, ma è ovunque! Questo è meraviglioso, è una forma di resistenza», osserva Julio, e Bigode completa: «Penso che la cultura del grafite esiste proprio così, non puoi farlo e lo fai lo stesso. Arriva un momento che la società deve prendere una posizione: o come negli Usa che hanno messo gli squadroni per impedire i graffiti, e sembra la strada intrapresa anche qui in Italia, o come in Cile, dove l'arte dei graffiti è molto appoggiata dalla cultura e come molti posti anche qui, che sono molto aperti, concedono spazi. Con la repressione totale ci sarà sempre un giovane che vuole esprimersi e piano piano comincerà a diventare criminale, perché magari è coinvolto in giri loschi, ma se avesse un appoggio comincerebbe a cambiare testa. Ci sono due strade: la repressione, che porta ad atteggiamenti criminosi; o l'incentivazione, che può fare anche del criminale un artista».
Julio e Bigode sembrano la matura evoluzione di quella figura un po' romantica che il writer amava costruire sulla sua arte, sempre alle prese con una nuova prodezza da compiere, perché quanto più il supporto è proibitivo, per altezza, per i diritti di proprietà, per i problemi con la giustizia che possono scaturire, più è eclatante la sua protesta e il suo genio. I due grafiteiros baiani, invece, non hanno rinunciato alla denuncia delle carenze sociali che vivono le loro comunità, ma tentano di esprimere la loro protesta scegliendo bene i momenti e i posti, riservando questi temi alle zone «borghesi» o proprio al centro del Pelourinho, perché l'arte è più incisiva nel trasmettere i messaggi. Si sono allontanati definitivamente dalla parte integralista del movimento, che a volta estremizza il writing fino al vandalismo, ma anche da quella purista, che vorrebbe che le opere fossero lontane da qualsiasi commercializzazione.
«Se dicessi: faccio i miei graffiti, non ci faccio i soldi, sarei un ipocrita. Io so fare graffiti, se non vendo i miei lavori come guadagno? Non solo sui muri, ma su magliette, pantaloni, anche per poter comprare il materiale. Se voglio fare protesta, faccio protesta, se voglio fare una cosa bella, faccio una cosa bella, e se non voglio fare niente, non faccio niente. E' tutto arte», spiega Bigode. Gli fa eco Julio: «Ho sempre commercializzato i miei lavori, ho venduto tele, dipinto scuole. Questo non vuol dire che ti rimetti a ciò che il cliente vuole. Quando lo fai, devi vedere fino a che punto ti stai tradendo. Se quello vuole la parete rosa, tu la vuoi fare rossa, ma la dipingi rosa, là ti stai tradendo. E penso di essermi tradito molte volte per guadagnare soldi. Ci sono altre volte che ho pensato "se non faccio questo, non prenderò i soldi per l'affitto, per mangiare", ma anche così, non l'ho fatto. Ci sono cose che sono mie. Posso comunicare nei miei graffiti cose che non penso? Questo no. Fino a oggi posso dire che in tutti i miei lavori, commerciali e non, ho comunicato quello che volevo dire, senza che nessuno possa dirmi che sono un ipocrita».
La storia dei graffiti è antica quanto le caverne preistoriche in cui i nostri antenati hanno cominciato a riprodurre immagini di quanto vedevano, dando vita alle prime forme di ciò che chiamiamo «arte» e «civiltà». Ma quando si parla di graffiti, il collegamento più ovvio è con la cultura hip- hop, di cui il writing (parola ritenuta più appropriata) è uno degli elementi cardine. L'hip- hop, nato a fine anni 60 nei sobborghi delle città statunitensi fra le lotte dei movimenti afroamericani e i free-style sui lati B dei dischi, è un fenomeno originale, proprio delle città postindustriali e multietniche. Essa si costituisce attraverso diverse modalità espressive: quella musicale, innanzitutto, il rap e il turntablism (l'arte del dj), quella dinamica, la brakdance, e quella figurativa, il writing.
Sono passati più di 30 anni da quando i ragazzi delle strade di New York hanno cominciato a dipingere i propri nomi sui muri grigi della città e poi, qualcuno dice per influenza degli immigrati portoricani, a gridare forte la propria rabbia riassumendola in una parola stilizzata sul muro. Sono passati più di 30 anni da quando Afrika Bambaata e Dj Kool Herc si divedevano la scena, rimando la loro protesta su base remixate. Oggi i loro successori guadagnano migliaia di dollari e girano coperti di oro, il rap è il genere più diffuso nel mondo e i pantaloni larghi con i tasconi se li mettono tutti, donne col tacco a spillo e dirigenti milionari in tenuta sportiva. I quattro elementi della cultura hip- hop sono penetrati e hanno influenzato le società di tutto il pianeta, a loro volta modificandosi ed evolvendo in forme diverse a seconda dei contesti in cui hanno attecchito, spesso addirittura emancipandosi dallo stesso hip-hop. E' quanto è successo per il writing, che è rimasto ancora per molti anni incompreso e osteggiato.
Ovunque nel mondo il graffito è una forma d'arte che, benché i suoi prodotti siano effimeri per costituzione, dà forma ad una ricerca di identità sempre più difficile da costruire per gli strati più giovani della popolazione. Ragazzi e ragazze armati di spray e dell'anticonformismo proprio delle generazioni più giovani, si muovono alla ridefinizione dello spazio urbano cui appartengono, prendendo coscienza della forza che hanno di modificarlo. Tra le tante armi che potevano adottare, hanno scelto la più efficace e la più antica: l'arte murale, di cui i graffiti rappresentano la modalità propria della fine del secolo, come oggi molti studiosi riconoscono.
E Bigode e Julio, cui chiediamo se non temono che con la diffusione di nuove tecnologie come la grafica digitale il writing tenda a sparire, ci rispondono: «Magari la tecnologia si inventerà un carretto con sei, sette spray che ti metti là e dipingi, e noi saremo sulla sedia a rotella, vecchi, con il telecomando in mano a fare graffiti, oppure cominceremo a fare "pittura digitale"... Perché sono io che l'ho scelto. Avevo tutti contro, la famiglia che mi diceva "Non avrai mai un lavoro regolare!". Ma ho scelto io di insegnare, di dipingere. Di vivere di arte».
10.11.2007