La sessantesima edizione del Festival ha avuto tra i protagonisti Walter Salles. E ha presentato i film di Sandra Kogut e di Lina Chamie. Buoni consensi di critica e pubblico per il cinema brasiliano.
l Festival di Cannes, svoltosi dal 16 al 27 maggio, ha celebrato la sua sessantesima edizione con un programma molto ricco, comprendente, nelle sezioni ufficiali competitive, alcuni dei migliori registi delle generazioni intermedie e molti esordienti di talento, tra i più rappresentativi a livello internazionale.
Il regista Walter Salles
L'appuntamento cinematografico annuale più importante del mondo, sia per i film di qualità, sia per il business commerciale che avviene nell'affollato "Marché", ha selezionato quest'anno molte opere con tematiche morali ed esistenziali. Il cinema brasiliano, pur non essendo stato rappresentato nelle due sezioni ufficiali competitive (probabilmente perché i migliori lungometraggi terminati erano stati già selezionati per la competizione nei precedenti Festival di Rotterdam e di Berlino di quest'anno), è stato particolarmente considerato nelle altre sezioni dedicate specificamente agli autori e ha ottenuto buoni riconoscimenti da parte della critica, consensi dal pubblico e risultati in sede di mercato.
Un segno di particolare riconoscimento agli autori brasiliani è venuto dall'invito al noto regista carioca Walter Salles a partecipare alla realizzazione del film collettivo, intitolato ‘Chacun son Cinéma", presentato fuori concorso per celebrare il 60º anniversario del Festival. Il film è un collage di vari cortometraggi-episodi che raccontano l'intreccio inscindibile fra le esistenze individuali di persone di nazionalità, età e condizione sociale diversissime ed il cinema come esperienza ludica e culturale.
Occorre sottolineare che il fatto di presentare il suo piccolo cortometraggio accanto a quelli di altri 35 grandi autori e maestri di tutto il mondo (tra cui citiamo Youssef Chahine, Takeshi Kitano, Andrei Konchalovsky, Nanni Moretti, David Cronenberg, Manoel de Oliveira, Joel e Ethan Coen, Jean-Pierre e Luc Dardenne, Zhang Yimou, Gus Van Sant, Aki Kaurismaki, Amos Gitai, Roman Polanski, Ken Loach, Chen Kaige, ecc. ) ha rappresentato un grande onore per Salles.
Il piccolo pezzo di bravura di Waltinho, intitolato ‘À 8.944 km. de Cannes', dura tre minuti ed è filmato in un unico piano sequenza. È costituito dal dialogo-ballata di due repentista (i due cantanti Castanha e Cajuzinho, sertanejo di Pernambuco) che, in un piccolo villaggio del Nordeste, di fronte ad un cinema che espone il cartellone del film in programmazione (il capolavoro ‘I 400 colpi', di François Truffaut), tracciano un gustoso ritratto di Cannes e del Festival, tra ironia, boutade e accuse reciproche di insincerità ed ignoranza.
Salles è stato anche protagonista di un altro evento che ha rappresentato un grande omaggio al cinema brasiliano. Nell'ambito della sezione "Cannes Classics", ha presentato un film muto considerato una pietra miliare nella storia del cinema brasiliano: ‘Limite' (1931), unico film concluso di Mario Peixoto ( Bruxelles 1908 - Rio de Janeiro 1992). Si è trattato dell'iniziativa inaugurale della nuova organizzazione no-profit internazionale "World Cinema Foundation", fondata da Martin Scorsese e dedicata a preservare e restaurare capolavori del cinema mondiale in cattivo stato di conservazione.
Walter Salles è membro dell'Advisory Board della Fondazione, insieme ad altri noti registi quali Ermanno Olmi, Abbas Kiarostami, Bertrand Tavernier, Alejandro Gonzáles Iñárritu, Stephen Frears, ecc. ‘Limite' è un film sperimentale e surrealista, con un ritmo di immagini che trascende un iter non narrativo. Affronta il problema della condizione umana, dell'inutilità dell'azione e dell'impossibilità tragica della realizzazione del individuo. Presenta il sentimento dell'angoscia nelle sue varie forme, ma è anche stranamente calmo e freddo. Le sue semplici storie, con immagini spezzate e ripetitive, rappresentano l'ansia dell'uomo di fronte all'infinito ed all'eternità. È chiaro e complesso al tempo stesso ed esprime una forza ed una determinazione impressionanti. È un poema silenzioso, ispirato a Peixoto da una foto di André Kertész e costruito su una situazione limite: una barca perduta nell'oceano con tre naufraghi, un uomo e due donne.
I tre personaggi, demoralizzati e rassegnati al proprio destino, si raccontano reciprocamente le loro tristi storie di relazioni contrastate e di fughe. Quindi vivono in sequenza la disperazione, l'aggressione reciproca, la tempesta e la scomparsa. È un film formalmente raffinato che controlla il formalismo e rivela una direzione degli attori precisa e sobria, tesa ad evitare le esagerazioni mimiche. Alterna inquadrature statiche e rapidissimi movimenti indipendenti della telecamera e usa le dissolvenze per separare i piani dell'azione. La messa in scena si sviluppa attraverso un trattamento realistico del paesaggio e delle figure umane, ma lo supera per proiettarsi nella poesia. Il montaggio costruisce un ordine esatto delle immagini in funzione di una fatalità ineluttabile. Il primo restauro del film fu iniziato nel 1960 e fu considerato concluso solo nel 1977. Successivamente la pellicola in 35 mm con base di nitrato stava lentamente decomponendosi.
Una scena di "A via lactea", della regista Lina Chamie
La nuova copia, presentata a Cannes in una versione digitale 2k non definitiva, in attesa di una nuova versione definitiva in 35 mm, è frutto di un lavoro di restauro degli ultimi 5 anni, ispirato da Salles ed intrapreso congiuntamente dalla Cinemateca Brasileira di São Paulo, dalla Videofilmes dei fratelli Salles e da Arte France, con consigli da parte della Cineteca di Bologna, sotto la supervisione di, Saulo Pereira de Mello, Direttore dell'Arquivo Mário Peixoto.
Il Festival ha presentato alcuni cortometraggi di giovani registi. Nella sezione ufficiale "Les court métrages en compétition" è stato presentato ‘The last 15', del regista ventenne, di nazionalità brasiliana e statunitense, formatosi a New York, Antônio Campos. Nella sezione "La Cinéfondation", dedicata a promuovere la produzione universitaria dei vari Paesi del mondo, è stato presentato ‘Sabá', opera prima dei registi ventenni Gregorio Graziosi e Thereza Menezes (recensito dal Festival di Toulouse su "Musibrasil" di febbraio 2007). Nella sezione "Semaine Internationale de la Critique", organizzata dai critici francesi del Syndacat Français de la Critique de Cinéma, sono stati presentati: ‘Um ramo' dei registi paulistani ventenni Juliana Rojas e Marco Dutra, che ha ottenuto il "Prix Découverte Kodak du meilleur court métrage", e ‘Saliva', del regista paulistano ventenne Esmir Filho.

Una scena di "Mutum", della regista Sandra Kogut
‘Um ramo' è un film inquietante che potrebbe considerarsi un horror. Tuttavia evita la rappresentazione prosaica e la costruzione di un clima visivo e sonoro terrificante, optando per una valenza di drammatizzazione straordinaria, delicata e crudele, inserita nel contesto della vita ordinaria, sempre nella chiara luce del giorno, con un eccellente risultato narrativo ed estetico. La vicenda è quella di una donna trentenne, Clarisse ( Helena Albergaria), che un mattino, mentre si lava, scopre una piccola fogliolina verde che spunta dal suo braccio. La recide, ma nei giorni seguenti spunteranno altri germogli sul suo corpo. Continuerà la sua vita "normale", cercando di dissimulare la cosa sia al suo compagno sia alle altre persone con cui è in relazione. Consulterà un medico senza ottenere risposte certe. Fino alla sequenza finale in cui si osserva la donna impotente sotto la doccia, dopo aver scoperto che dal suo dorso è spuntato un rametto frondoso. È un film maturo perché la messa in scena si articola con le situazioni e i personaggi e mostra l'esperienza nell'immagine, non solo l'immagine dell'esperienza. Gioca sulla relazione tra lo sguardo selettivo e rigorosamente discreto, con poche angolazioni, della telecamera e la soggettività emotivamente contenuta della protagonista che pure si relaziona con una trasformazione fisica aberrante. Sono quindi evidenti le referenze cinematografiche a registi quali Roman Polanski, Michael Haneke e David Cronenberg.
‘Saliva''è un film esteticamente ricercato che evidenzia un fascino per gli effetti plastici ed inventa un mondo ed un'atmosfera artificiosi, a metà strada tra sperimentalismo e videoclip pubblicitario. Descrive l'ossessione orale di Marina (Mayara Comunale), una ragazzina che, ansiosa di vivere l'emozione del primo bacio, lo sperimenta in vari modi. Il regista, che già nei suoi precedenti cortometraggi si è dimostrato attento alle domande affettive e alla sessualità confusa, ma esplicita, dei suoi personaggi, alterna scene "reali", con spunti sia lirici che umoristici, flashbacks e rappresentazioni dell'immaginazioni di Marina. Privilegia le immagini stilizzate ed un'ambientazione sobria e usa la telecamera con un'ampia varietà di angolazioni e di lenti, privilegiando le soggettive, le sovrapposizioni e i close up, nel tentativo di rendere la percezione della protagonista.
Nella sezione "Quinzaine des Réalisateurs", a cura dei registi francesi della Société des Réalisateurs de Films, è stato presentato, a chiusura della rassegna, quindi con una grande visibilità, il lungometraggio ‘Mutum', opera prima di finzione della regista carioca Sandra Kogut (con un passato di documentarista), prodotto da Tambellini Filmes e dai francesi della Gloria Films, in associazione con la Videofilmes dei fratelli Salles. Si tratta di un adattamento del romanzo "Manuelzão e Miguilim", di João Guimarães Rosa, concepito secondo il principio, dichiarato dalla regista, di esserne fedele al nucleo essenziale, le sensazioni dell'infanzia, ma di distaccarsene in termini di riduzione ad una concisa trama unitaria. La vicenda si svolge in una località sperduta del sertão, Mutum, nell'interior dello stato del Minas Gerais. In una piccola fazenda vive una famiglia composta da: Thiago (Thiago da Silva Mariz), il bambino protagonista di dieci anni, Felipe ( Wallison Felipe Leal Barroso), il fratello minore, il padre, malumorato e violento, ( João Miguel), la madre, silenziosa ed amorevole, (Izadora Cristiani Fernandes Silveira) e il giovane fratello del padre, il simpatico zio Terez (Rômulo Braga).
Una scena di "Limite", di Mario Peixoto
La Kogut descrive con particolare sensibilità e con un'attenzione specifica ai dettagli un microuniverso. Il suo sguardo un po' amaro, ma privo di condiscendenza e di clichés, dimostra una precisa empatia con i suoi personaggi. La messa in scena è improntata ad un estremo naturalismo, con un'attenzione non solo alle persone, ma anche all'ambiente sertanejo, configurando lo stretto rapporto tra il paesaggio e la natura e il sentire interiore dei personaggi. Il centro narrativo del film è il punto di vista del piccolo Thiago che è affetto da miopia, ma aiuta i genitori nei campi e nella custodia delle vacche. È il solo che parla molto e la sera, prima di dormire, si confida con l'unico amico, il fratello Felipe. È evidente il suo progressivo affacciarsi al mondo degli adulti, attraverso la percezione della durezza della vita dei genitori, ma anche il contrasto con il padre che lo considera narcisista ed ingenuo.
La situazione si complica quando emerge il rischio di una tragedia incombente. Il padre sospetta che la moglie abbia una preferenza affettiva per il cognato Terez e quest'ultimo è costretto alla fuga e alla clandestinità in un nascondiglio agreste. Thiago lo incontrerà nei boschi e sarà sconvolto dall'alternativa tra l'omertà e la denuncia al padre. Non si determina una precipitazione tragica, ma, comunque, per Thiago avverrà il distacco definitivo dall'infanzia, quando la madre lo affiderà ad un medico borghese affinché si prenda cura di lui, lo conduca in città e lo avvii allo studio. Il film si caratterizza per una precisa estetica documentarista attraverso la rinuncia alla luce artificiale e alla musica. Il cast mescola attori professionisti, prevalentemente del Nordeste, e non attori che, secondo le dichiarazioni della regista, sono stati abituati a vivere la realtà ambientale attraverso una specifica fase di preparazione.
Nella sezione " Semaine Internationale de la Critique" è stato presentato, ad inaugurare la rassegna, il lungometraggio ‘A Via Lactea', opera seconda della regista paulistana Lina Chamie. Si tratta di un film assolutamente originale, ambizioso ed arrischiato. È un'odissea esistenziale costruita a partire da una rottura amorosa. La narrazione è frammentata e non lineare ed assume la forma di un atipico road movie urbano. In esso l'osservazione della geografia oppressiva dei luoghi e delle persone delle strade di São Paulo si intreccia con il monologo della coscienza del protagonista che immagina varie situazioni, attraverso continui flashbacks e flashforwards.
Il punto di partenza è una violenta discussione telefonica tra Heitor ( Marco Ricca), un introverso ed ombroso quarantenne, professore di letteratura e scrittore, e la sua fidanzata Júlia (Alice Braga), una volitiva e solare ventenne, veterinario, con un passato di attrice teatrale. Heitor, che non ha accettato la rottura della relazione, decide di attraversare la città in auto per recarsi alla casa di Júlia, spinto dall'irritazione e dal rammarico e soprattutto dalla gelosia, perché paventa la possibilità di essere stato abbandonato a favore di Thiago (Fernado Alves Pinto), un giovane attore, amico e confidente della donna. Si trova immerso nella paralisi degli ingorghi del traffico della metropoli ed il viaggio sembra essere interminabile. Inizia quindi a divagare mentalmente, tra immaginazione e memoria, sulla storia d'amore con Júlia, dal loro fortuito incontro a teatro (nel corso di una performance di "Bacchae" di Euripide in versione ipermoderna scandalosa) ai momenti insieme, nel corso della loro relazione che è durata tre anni.
Durante il viaggio si susseguono visioni stravaganti, si ripetono le stesse situazioni in forma differente, sia tragica sia umoristica, ed emergono citazioni letterarie da Dante a Roland Barthes e divagazioni filosofiche sulla vita e sulla morte, a partire dai messaggi pubblicitari o dai graffiti murali letti simbolicamente. Inoltre al tempo narrativo fa da contrappunto un andamento musicale raffinato e complesso che affianca, a brani di Shubert, Mozart, Satie e persino ai motivetti del cartoon Tom e Jerry , il suono delle sirene ed il rumore dei battiti cardiaci. Si configura un percorso labirintico affascinante, ma anche parzialmente criptico, che assume significato nel coinvolgente finale, dopo che la notte è sopravvenuta al giorno.
Le immagini si sviluppano con un ritmo dinamico, ma le referenze letterarie risultano eccessive, nonostante l'impegno e l'intensità di Marco Ricca. Inoltre il gioco dei contenuti e dei motivi risulta progressivamente indebolito nel corso della durata del film, nonostante la coraggiosa originalità formale. Quest'ultima è il prodotto, secondo le dichiarazioni della regista, di una scelta obbligata dovuta a ragioni di budget: quella di girare l'80% del film con una telecamera digitale mini-DV (DVX100A). Successivamente il montaggio di André Finotti, d'intesa con Lina, è risultato decisivo per selezionare un materiale filmico di oltre 70 ore.
Merita infine una breve citazione il mediometraggio ‘Germano', di Vicente Ferraz, una delle sei parti del film collettivo intitolato ‘O estado do mundo', commissionato dalla Fundação Calouste Gulbenkian di Lisbona per commemorare il suo cinquantenario. Il film, presentato nella sezione "Quinzaine des Réalisateurs", racconta una storia di pescatori in cerca di nuovi territori di pesca. Dalla Baía di Guanabara si spingono nell'Oceano Atlantico, con una vecchia imbarcazione. L'incontro con una gigantesca petroliera russa costringe gli uomini a riconsiderare il loro ambiente d'origine e la loro cultura. È un film semplice e lineare, con immagini genuinamente realiste.
10/06/2007