Incontro con Newton Moreno, attore e regista pernambucano radicato a San Paolo e grande promessa della drammaturgia brasiliana. Di cui dą una lettura originale tra multimedialitą e sperimentalismo.
ato in Pernambuco e radicato a São Paulo, Newton Moreno è una delle grandi promesse della drammaturgia brasiliana. Da anni partecipa attivamente della scena teatrale come attore, regista e autore attento alle questioni del Brasile contemporaneo. Il suo `Agreste`, favola rurale sull'amore di due donne, ha vinto i prestigiosi premi Apca e Shell 2004 come miglior testo teatrale, e recentemente è stato presentato a Berlino. Grande successo a São Paulo anche per `Assombrações do Recife Velho`, adattamento teatrale del libro omonimo di Gilberto Freyre. Avvicinato da `Musibrasil`, Newton Moreno ha raccontato di sé, del suo lavoro e del Brasile.
Newton Moreno
Come ha iniziato a scrivere `Agreste`?
«Quando studiavo Artes Cênicas nell'Università di Campinas, partendo dalla descrizione di una mia amica sull'educazione sessuale femminile nel Nordest brasiliano. Questa amica mi ha raccontato storie terribili su donne che non avevano la minima conoscenza di sé, dei propri corpi. La loro ignoranza è stata il punto di partenza, e ho iniziato a fare i primi appunti. Posso dire che la favola Agreste è stata maturata a intervalli, nel transito tra Recife, Campinas e São Paulo, in un periodo lungo circa 16 anni. Quando ho finalmente deciso di dare una forma definitiva al testo e di farlo vedere da alcune persone, il processo è durato circa un mese».
In `Assombrações` lei ha continuato a percorrere il mondo nordestino, partendo dall'opera di uno dei principali intellettuali brasiliani, Gilberto Freyre. Perché questa scelta?
«È stato un caso. Un giorno, mostravo Recife a certi amici miei di São Paulo, in una classica gita turistica. E così mi sono imbattuto nella Fondazione Gilberto Freyre, che io stesso non conoscevo. Lì ho scoperto un grande archivio letterario di cui non sapevo niente e che ho iniziato a leggere. Già nella prima lettura di Assombrações ho capito che era un ottimo materiale per il teatro. Sono stato sedotto dal potere delle immagini, dell'humour del testo, e da ciò che Freyre chiamava le "quotidianità", ossia: l'investigare noi stessi partendo dalle nostre abitudini, usanze, cibi, leggende».
Lei ha riconosciuto Recife in ciò che ha letto?
«Sì. Soprattutto nel ritratto della famiglia recifense e dei suoi rapporti di potere. La casa grande e la senzala sono perdurati nel tempo, in un modo rielaborato. Oltre a ciò, ho riconosciuto Recife negli odori, nella cucina descritta da Freyre, nell'açúcar come parte dell'anima del recifense. Nella mia infanzia pernambucana, avevo già sentito parlare di molte delle leggende descritte nel testo. Sono nato e cresciuto a Recife, ma i miei genitori provenivano dalla zona da mata , da Limoeiro e Catende. Fortunatamente ho avuto possibilità di transitare tra questi universi, conoscendo il mondo da un punto di vista sia urbano che rurale».
Parlando di questi universi: "Agreste" e "Assombrações" rappresentano un mondo rurale e sono state rappresentate a São Paulo, una delle più grandi città del mondo. Com'è il rapporto di questo pubblico urbano l'universo rappresentato?
«São Paulo è una città di gente curiosa ed aperta al mondo. Tutti dividono con noi questa curiosità per il passato, questa salutare nostalgia. Non ho sentito difficoltà o pregiudizi. Ovviamente, il pubblico di origine nordestina o rurale reagisce più emotivamente, coinvolto dalla possibilità di "ritorno" offerta dagli spettacoli. In Agreste, però, la dimensione regionale era superata, e la storia era intesa non come una favola rurale, ma come una favola sull'essere umano».
Una scena di `Agreste`, piéce teatrale di Moreno
Può descrivere i luoghi dove gli spettacoli furono rappresentati?
«"Assombrações" è stato concepito per le vecchie ville, piene di memorie e camere da letto. Abbiamo iniziato nello spazio Belvedere, a São Paulo e, poi, siamo migrati ad una villa a São José do Rio Preto. Adesso abbiamo creato una struttura "piano B" che obbedisce al tipo di spazio che usiamo nelle ville, ma può adattarsi a capannoni, campi sportivi o altri tipi di spazio. Già "Agreste" ha migrato per diversi palcoscenici. Ha iniziato ad essere rappresentata nel Teatro Cacilda Becker e poi ha passeggiato per altri nichos paulistas. Credo però che l'esperienza più rivelatrice sia stata quella a Berlino. Lì, ce ne siamo accorti che Agreste toccava due temi molto importanti per quella città: lo sterminio e la frontiera. La frontiera, s'intende, era la recinzione che separava la coppia all'inizio del testo, quella linea limitrofe che è anche interna e che impediva i personaggi di affrontare l'amore. Lo sterminio, invece, stava nell'ignoranza che li circondava e che li ha sottratti».
Trattare dell'opera di Gilberto Freyre non è un compito facile, non soltanto per la sua importanza accademica, ma per il suo status di pensatore conservatore. "Assombrações do Recife Velho" è stato scritto negli anni 50. Nel suo testo, però, lei parla anche degli anni 70, della dittatura, dei figli scomparsi del Recife. Ciò ha in qualche modo a che fare con l'intenzione di separare la sua posizione ideologica da quella di Freyre?
«No. Certo, il "peso" di lavorare con Freyre è grande. Ci sono tanti ammiratori e studiosi che ci fanno pensare a letture obbligatorie, a concetti prestabiliti. Ma nonostante alcune posture politiche di Freyre l'abbiano segnato come conservatore, la vitalità della sua opera e dei suoi scritti rafforzano il suo valore. Io mi sono semplicemente proposto di rifare il percorso compiuto da lui in "Assombrações", scoprendo nuove leggende. Ho inserito la dittatura perché era un'analogia al fantasma della perna cabeluda , cui leggenda era una possibile proiezione dell'orrore che portava via il sonno e la vita di tanti brasiliani. Siccome si trattava di un adattamento, ho dovuto sottomettere il testo all'approvazione della famiglia Freyre, e ho temuto che le questioni politiche lì rappresentate fossero interpretate in modo sbagliato. Loro, però, hanno ritenuto possibile la convivenza tra i due periodi rappresentati».
In altri suoi testi, lei si allontana dalla tematica rurale per affrontare un universo urbano e trasgressivo. Come si rapporta a quest'universo?
«Investo nel mio lavoro proprio in questo doppio approccio. Il mio luogo ancestrale, la mia eredità nordestina e rurale da una parte e, da un'altra, i miei quindici anni di São Paulo, l'urbanità che adesso è parte di me. Sono felice di conoscere questi due universi. E amo pensare la trasgressione. Formale e di contenuto. Amo i linguaggi di frontiera, difficili da catalogare e inquadrare. Trovo che è lì che l'arte respira e si rinnova. Amo gli esperimenti scenici che si nutrono della performance, delle belle arti, della video-arte. Nel testo A cicatriz é a Flor, per esempio, cerco esattamente di avvicinare i linguaggi estremi all'uso del corpo, le pratiche sotterranee all'uso teatrale del corpo. È così che mi sono messo a contatto con la body-art, dove l'artista crea incidendo la propria arte nel corpo altrui. Lo spazio che si stabilisce è di rituale, di celebrazione ad ogni sessione. E il corpo messo in discussione è un corpo espanso, sacrificato, in un potente momento teatrale».
Che ne pensa di questa nuova generazione di drammaturghi che si va consolidano nella scena di São Paulo?
«Vigorosa e diversa. Trovo che sia fondamentale che i gruppi di teatro cerchino nuovi autori, che facciano costruzioni collettive, che chiedano testi su misura per le loro necessità. Ciò provoca una produzione drammatica capace di dialogare con le questioni contemporanee. È stato a partire delle molte mostre de drammaturgia che tanta gente nuova è apparsa. Manca però la circolazione dei nuovi autori tra i diversi Stati del Brasile e anche tra altri Paesi».
Una scena di `Assombrações do Recife velho`, adattamento teatrale del libro omonimo di G. Freyre
Può citare nomi di sua preferenza?
«Ana Roxo e Cássio Pires, della Cia dos Dramaturgos e Sergio Roveri. Ma devo parlare anche di Fernando Bonassi e Antônio Rogério Toscano, autori che producono da tempo, per la loro veemenza e per lo sguardo sensibile all'urbanità violenta di questa città. Gero Camilo per le nostre affinità nordestine e per la poesia generosa, abbondante. Luiz Alberto de Abreu, per l'assoluto dominio letterario e per gli esperimenti narrativi. E Alcides Nogueira per la provocazione che i suoi testi costituiscono per il regista».
Che consiglio darebbe a chi sta iniziando a scrivere per il teatro?
«Leggere molto per capire quello che è già stato fatto e per conoscere la storia del teatro. Dopo di che, produrre sempre e sistematicamente, ma mantenendosi fedele alle proprie questioni e visioni di mondo, al proprio progetto artistico. Inoltre, fare letture drammatiche con attori per sentire il testo che nasce in quel momento. E poi indirizzare i testi a registi e gruppi con cui abbiano affinità».
Può parlarci telegraficamente di Recife?
«È la mia culla. Difendo la sua inesauribile cultura popolare e inquietudine, ma nonostante sia una città attiva culturalmente, è piena di disuguaglianze sociali. Le favelas e i grattacieli di lusso. L'allegria seduttrice della sua arte e miseria. Complessa, ma fondamentale per lo scenario artistico di questo Paese».
E di São Paulo?
«Rompicapo del mondo. Un posto dove si può avere un'idea delle etnie, culture, lingue e crisi di tutto il mondo. Città difficile da respirare, ma facile da consumare. Ho letto da qualche parte che sta diminuendo, ossia, che c'è più gente che la lascia e meno gente che arriva. Forse così diventerà più abitabile e sicura».
E infine, del Brasile?
«Sta vivendo un pieno processo di maturazione, uscendo dall'adolescenza politica. Abbiamo sofferto molto con la recente crisi politica e credo la stiamo superando poco a poco, fino a migliorare il quadro dei nostri rappresentanti al potere. Almeno devo credere a questo, no?».