A S.Sebastian ritratto di Vinicius

Al Festival internazionale svoltosi in Spagna ricca presenza di film brasiliani di svariati autori. Colloquio con Miguel Faria jr., regista di un documentario dedicato al grande De Moraes.

Il "53° Festival Internacional de Cine de San Sebastian", che si è svolto in Spagna dal 15 al 24 settembre, ha presentato come ogni anno un ampio numero di lungometraggi latinoamericani, nel quadro della sua speciale capacità di attrazione per il cinema indipendente. La presenza del cinema brasiliano propriamente detto è stata significativa: in tutte le principali sezioni del Festival sono stati inseriti film di registi di diverse generazioni. Nella sezione competitiva "Sección oficial" è stato presentato il lungometraggio ‘O veneno da madrugada', del veterano Ruy Guerra, già protagonista, negli anni '60 e '70, della stagione del Cinema novo. Nella sezione aperta "Zabaltegi" è stato presentato il lungometraggio ‘Jogo subterraneo', di Roberto Gervitz. Nella speciale rassegna "Cine en Construcción", gestita da San Sebastian in collaborazione con l'altro Festival "Rencontres Cinemas d'Amérique Latine" di Toulouse (comprendente lungometraggi non ancora completamente editati o in attesa del processo di postproduzione, per i quali registi sudamericani richiedono un aiuto ai produttori e ai distributori europei), è stato presentato il lungometraggio ‘È proibido proibir', opera seconda del regista cileno, naturalizzato brasiliano, Jorge Durán. Infine nella sezione "Horizontes Latinos sono stati presentati il documentario ‘Vinicius', del regista carioca Miguel Faria jr. - attivo dagli anni '60 e legato in quell'epoca al Cinema Novo - e il lungometraggio ‘Cinema, aspirinas e urubus' del regista pernambucano Marcelo Gomes (già recensito da `Musibrasil` nel servizio sul Festival di Cannes di quest'anno, ndr).

Una scena di `Jogo subterraneo`, di Roberto Gervitz

Una scena di `Jogo subterraneo`, di Roberto Gervitz



‘O veneno da madrugada', del famoso regista mozambicano, naturalizzato brasiliano, Ruy Guerra, è un originale adattamento del racconto "La mala hora" dello scrittore colombiano Gabriel García Márquez. È prodotto dall'italiano Bruno Stroppiana , residente da anni in Brasile. È un film complesso ma assolutamente affascinante, soprattutto per la sua modalità narrativa destrutturata che lo sottrae a qualsiasi cliché di realismo magico o di vuota teatralità di maniera. È ambientato in un paesino latinoamericano irriconoscibile (anche perché fittizio, essendo una creazione scenografica ad hoc realizzata a Xerém, nello Stato di Rio de Janeiro), in un'epoca indeterminata, ma collocabile, dal quadro antropologico, negli anni 50 e 60. L'azione si svolge nell'ambito di 24 ore, dalle sei del mattino di un sabato alla stessa ora della successiva mattina domenicale.



Tuttavia, a partire da questa unità definita, il regista usa il tempo con grande flessibilità, ispirandosi, secondo le sue dichiarazioni, alla fisica quantica. a. Vale a dire, come in quella teoria scientifica esistono, ad esempio, due fatti contraddittori che possono essere entrambi veri ma opposti, così nel film, nell'unità temporale rispettata, formalmente realista, la stessa storia è raccontata in tre modi diversi ovvero abbiamo tre situazioni simili e contraddittorie allo stesso tempo. Non si tratta della stessa storia raccontata da punti di vista diversi, ma della stessa vicenda con i medesimi personaggi raccontata tre volte, con somiglianze e differenze, con ellissi narrative, riprese e opposizioni. Le situazioni non sono chiuse e le conseguenze sono diverse così che lo spettatore resta incerto nel valutare chi è morto e come. Alla fine del film si rende conto di un codice per cui le tre versioni della stessa vicenda sono verità o menzogna. La finzione per Guerra supera la realtà fino alle estreme conseguenze e rende ancora più lacerante il contesto socioculturale del film in cui troviamo violenza, corruzione, dispute familiari, autoritarismo, repressione, vendetta e impunità.



Il luogo del film è un po' assurdo: un paese perduto, povero e sporco, situato in un'area tropicale e collegato al mondo per via fluviale. Vi si respira un clima generale di decadenza ed inerzia, come se il progresso atteso non fosse mai giunto. Gli abitanti, compresi i possidenti, conducono esistenze insipide e senza prospettive di riscatto. Dall'inizio della vicenda la situazione è perturbata dal continuo inoltro di lettere anonime che rivelano fatti più o meno noti: tradimenti, segreti familiari che coinvolgono amori clandestini e figli illegittimi, assassini e trame politiche. Molti degli abitanti vi sono menzionati e quasi tutti si sentono minacciati: ognuno può essere l'autore delle missive o la prossima vittima. Le denuncie clandestine provocano vari scontri e, dopo anni di dissimulazione, avviene la resa dei conti e l'esplosione di una vendetta bruta pianificata da tempo.



A tutto ciò si aggiunge un ulteriore elemento drammatico: la pioggia continua e costante ed il fango che insudicia le persone e le cose. I protagonisti di maggiore spicco sono: il sindaco (Leonardo Medeiros), nonché autorità di polizia e militare, apparentemente incorruttibile, che è un personaggio paradossale, violento, ma anche patetico e disperato, impegnato tragicamente in una feroce repressione politica degli avversari e ossessionato dall'esecuzione di una vendetta personale; la vedova Assis (Juliana Carneiro da Cunha) è una proprietaria terriera custode di sordidi segreti familiari ed al centro delle trame politiche; César Monteiro (Jean Pierre Noher) e Rosario (Rejane Arruda) vivono una controversa storia di amore e odio con il sindaco. E inoltre altri personaggi come il giudice Arcadio, il dentista, il farmacista, l'indovina, il vecchio prete e altri, sono coinvolti spontaneamente, o loro malgrado, nella spirale di odio. Nello spazio di 24 ore le bugie ipocrite sono smascherate, le passioni occulte rivelate, si sviluppano la violenza e la vendetta ed emerge la verità, o meglio si stabiliscono più verità possibili.

Una scena del film `O veneno da madrugada`, di Ruy Guerra

Una scena del film `O veneno da madrugada`, di Ruy Guerra



È un film di chiara marca autoriale, che abbraccia l'universo e lo spirito di García Márquez, ne evita le metafore letterarie, ma ne ricerca le origini. Si tratta quindi di un'operazione eminentemente visiva e non di una supina derivazione letteraria, che suscita dubbi perché il suo immaginario non è realisticamente del tutto spiegabile. A livello stilistico e tecnico domina il piano sequenza e vi è un uso costante della telecamera manuale. Guerra ha motivato questa scelta con l'obiettivo di evitare al massimo le frammentazioni e le divisioni del ritmo narrativo. La pellicola è paucicromatica con la predominanza dei colori nero e giallastro. La fotografia di Walter Carvalho , ispirata dalle oscure xilografia dell'artista prussiana Kathe Kollwitz, si caratterizza per la scarsità di luce, per la predominanza del chiaroscuro e per i colori assenti o fortemente smorzati. La scenografia di Marcos Flaksman contribuisce in maniera determinante al cronogramma delle storie mediante una concezione concettuale degli spazi e della disposizione degli oggetti.



‘Jogo subterraneo', di Roberto Gervitz, è un dramma psicologico che utilizza alcuni clichés del genere thriller per costruire un'odissea personale ricca di incoerenze narrative. È un adattamento del racconto "Manuscripto encontrado em um bolso" contenuto nel libro "Octadedro"di Julio Cortázar. La questione di fondo del film è la ricerca della donna ideale da parte di un uomo, attraverso un sistema di segni, codici e regole che lui stesso ha ideato e di cui solo lui è a conoscenza. Il protagonista è il trentenne Martín (Felipe Camargo), uomo solitario e individualista, pianista in un night club. Egli è ossessionato da un gioco che ha inventato nello scenario della metropolitana di São Paulo e il cui scopo sarebbe quello di fargli incontrare la donna della sua vita. Quindi viaggia giornalmente su e giù per le linee del metró sulla base di percorsi predeterminati (infatti consulta continuamente una mappa della rete sotterranea su cui ha annotato stazioni e soste). Entra in un vagone e sceglie una donna che lo attrae. Inizia a pedinarla con la speranza che segua lo stesso itinerario che egli ha scelto perché solo in quel caso potrà avvicinarsi e cercarne il contatto. Vive uno stato di elucubrazione mentale ludica con l'illusione di un controllo assoluto sul mondo, dal momento che è l'unico controllore di quel gioco.



Questa atmosfera quotidiana con proiezione fantastica è descritta in prima persona dall'io narrante del personaggio (la voce off di Martín stesso che è presente anche nel testo letterario). Emerge la sua passione per il gioco in sé che è perpetuato nella logica del mantenimento del desiderio. Tuttavia questa speciale condizione di esaltazione e solitudine è fragile. I costanti tentativi frustrati di Martín lo portano a incontrare alcuni personaggi femminili che lo coinvolgeranno in varie vicende. Conosce Tânia (Daniela Escobar), la madre di una bambina autistica che vorrebbe amarlo, poi incontra Laura (Julia Lemmertz ), una scrittrice cieca che vorrebbe manipolarlo per scrivere una sua storia e infine si innamora di Ana (Maria Luisa Mendonça), donna misteriosa e affascinante che si rivelerà essere una prostituta di lusso ricattata dall'organizzazione per cui lavora. A partire da quest'ultimo incontro il ritmo del film diventa ancora più concitato, con scene passionali, inseguimenti, tradimenti e sviluppi illogici e paradossali (che ricordano i film di Andrzej Zulawski, senza il fascino della sua attrice-feticcio Béatrice Dalle). Martín tradisce le sue regole esistenziali, si perde, viene picchiato e perde Ana. Fino a un anacronistico lieto fine, quando ritroverà la donna in una mitica stazione balneare, denominata Puerto Desejado, e con naturalezza riprenderà un amore apparentemente limpido e tranquillo.



La sceneggiatura è debole è velleitaria. Se la prima parte del film appare originale e a tratti efficace perché presenta un'estetica documentaristica, quantunque proiettata in un'atmosfera delirante e a tratti onirica, la seconda parte è discontinua ed insegue inutilmente i luoghi comuni dei generi (il road-movie, il thriller, il melodramma, e altri). Ne emerge un approccio autoriale compiaciuto, con un tentativo di rapporto con i miti e le ossessioni degli anni 80, il "decennio perduto", che tuttavia fallisce per l'ovvietà delle soluzioni date agli spunti drammatici.

Una scena del film ‘Vinicius’, del regista Miguel Faria

Una scena del film ‘Vinicius’, del regista Miguel Faria



‘È proibido proibir', di Jorge Durán, ha ottenuto il "Premio Cine en Construcción de las Industrias Técnicas" che consiste nel pagamento delle spese di postproduzione. Appartiene a quel genere cinematografico esistenziale giovanile diffuso ampiamente nel mondo occidentale. È vero che in questo caso i protagonisti "carini" sono universitari poveri che vivono in una favela, tuttavia la rappresentazione della loro vita bohémienne è bozzettistica. La vicenda ruota intorno a un triangolo sentimentale. Paulo (Caio Blat) è uno studente di Medicina la cui identità è quella dell'anarchico romantico consumatore di marijuana. Il suo compagno di alloggio e migliore amico è l'afrobrasiliano León (Alexandre Rodrigues), studente di Sociologia. Leticia (Maria Flor), studentessa di Architettura, è la fidanzata di León ma ama segretamente Paulo e ne è ricambiata. Tra rivalità sentimentali, filosofia epicurea e antiproibizionista a buon mercato, buoni sentimenti e svolte drammatiche poco credibili, emerge un quadro di realtà manipolata che non suscita né interesse, né partecipazione, né scandalo.



‘Vinicius', di Miguel Faria jr., è un documentario estremamente ricco e curato che inquadra con sincerità e senza veli il lato umano, quello artistico e la personalità di un monumento della musica brasiliana moderna: Vinicius de Moraes. Il poeta, che apparteneva alla classe media, fu capace di fondere la cultura erudita e quella popolare. Nel 1958 iniziò la sua collaborazione con Antonio Carlos Jobim e insieme composero "Chega de Saudade", accompagnata alla chitarra da João Gilberto, che è considerata l'atto fondante della bossa nova. In seguito sviluppò stili diversi come l'afro-samba. La sua "Garota de Ipanema", composta con Tom Jobim è conosciuta internazionalmente. Il quotidiano fu la sua materia prima e, in particolare, lo animò sempre la ricerca della passione e della felicità. Tra i temi preferiti dei sui testi possiamo citare: l'amicizia, l'allegria, la bellezza, la delicatezza, l'amore e il perdono. Il grande artista scomparso è autore di 400 poesie riunite in 12 libri e di 400 testi di canzoni.

Per raccontare la vita e l'opera di quest'uomo geniale che collaborò con i musicisti più importanti della musica popolare brasiliana e fu anche letterato, autore teatrale e critico cinematografico, il regista ha riunito un gran numero di compagni, amici ed interpreti. Nel corso delle interviste emergono la semplicità, la spontaneità, lo humor e l'amore per la libertà di Vinicius. Si parla della sua capacità di distinguere tra il suo ruolo istituzionale di laureato in legge e diplomatico di carriera fedele a certi obblighi comportamentali, finché fu in quella funzione, e la sua vena carioca aperta che lo portava a privilegiare gli amici e i convivi. Si racconta della sua simpatia per i giovani e della sua conversione a star musicale con le conseguenti defatiganti tournée per il mondo negli anni 70, in età già avanzata. I materiali di archivio, le fotografie, le immagini d`epoca, le conversazioni e i brani musicali tracciano una biografia inedita e sui generis di Vinicius: le fasi della sua vita, i suoi successi artistici, la famiglia, gli amori (si sposò nove volte) e anche la passione per il whisky che, a suo dire, lo aiutava a livello creativo.

Lo spunto per il documentario è venuto dal montaggio di un piccolo spettacolo teatrale in omaggio a Vinicius di cui sono protagonisti due attori, Camila Morgado e Ricardo Blat, che recitano alcune sue poesie e monologhi esistenziali, e in cui si esibiscono vari cantanti. Tutti gli intervistati sono amici o familiari di Vinicius: Antonio Cândido, Caetano Veloso, Carlos Lyra, Carlinhos Vergueiro, Chico Buarque, Ferreira Gullar, Edu Lobo, Francis Hine, Georgiana de Moraes, Gilberto Gil, Luciana de Moraes, Maria Bethania, Maria de Moraes, Miúcha, Susana de Moraes, Tônia Carreiro e Toquinho. Tra i cantanti e i musicisti invitati ad interpretare i testi di Vinicius vi sono alcuni dei più noti artisti contemporanei brasiliani: Renato Braz, Yamandú Costa, Adriana Calcanhoto, Olívia Byington, Mônica Salmaso, Mariana de Moraes, Sérgio Cassiano, Zeca Pagodinho, Ms Bom-Negro Jeff-Lerov e Mart'Nália . Miguel Faria jr. non ha voluto realizzare una biografia giornalistica e ha evitato gli stereotipi. È riuscito a comporre un ritratto pieno della vita personale di Vinicius con i suoi molti pregi e difetti. Attraverso l'abile montaggio di un materiale accuratamente selezionato da circa 50 ore di girato ha costruito un film semplice ed emozionante. Il documentario è uscito in questi giorni nelle sale brasiliane.

 

 

Colloquio con il regista Miguel Faria jr.


Dopo la proiezione ufficiale del film, `Musibrasil` ha incontrato il regista Miguel Faria jr. e gli ha rivolto alcune domande.


Come è nata l'idea di dedicare un film a Vinicius De Moraes?

«Ho conosciuto l`artista nel 1958 quando avevo 14 anni e vivevo e studiavo ad Ipanema. Lo avevo notato al bar "Veloso", oggi "Garota de Ipanema". Appartenevo alla classe media ed ero destinato a diventare economista. Se oggi sono regista cinematografico lo devo a lui che mi convinse a seguire la mia passione per il cinema. A 22 anni mi sono sposato con Susana, sua figlia e, anche se in seguito ci siamo separati, è rimasta un'amicizia. Infatti è stata lei a curare la produzione del film. Recentemente ho sentito la necessità di riconsiderare la figura e l'opera di Vinicius oltre gli stereotipi folklorici al di là della scarsa considerazione dell'Academia brasileira de Letras a cui si contrappone il mito del poeta minore ossessionato dall'amore. Inizialmente desideravo realizzare un'opera di finzione, ma dopo un anno di lavoro alla sceneggiatura con Adriana Falcão, ho desistito soprattutto per la difficoltà di mescolare poesia e musica in una forma soddisfacente. Inoltre era difficile realizzare un casting che avrebbe compreso necessariamente la scelta di attori che avrebbero dovuto interpretare amici ed artisti collaboratori di Vinicius tuttora viventi. Ho quindi deciso di realizzare un documentario non convenzionale che, anche se apparentemente può sembrare una "cine-biografia", si qualifica per il tono intimista, personale e assolutamente non neutrale».

Qual è stata la maggiore preoccupazione durante il rodaggio?

«Senza dubbio quella di realizzare un film sull'essenza di Vinicius. Ho quindi deciso di ricercarla nella sua opera, ma di commentarla con lo stesso tono di un discorso al tavolino di un bar, con la informalità e il calore di una conversazione fra amici. Ho deciso di strutturare il film seguendo il montaggio di uno spettacolo sulla vita di Vinicius con attori e cantanti e interponendolo con foto, materiali e filmati d'epoca, testimonianze e conversazioni con amici e collaboratori. Inoltre per raccontare la sua lunga traiettoria di vita, dal 1913 al 1980, ho voluto mostrare non solo le trasformazioni fisiche e comportamentali dell'uomo, ma anche quelle della nostra città, Rio de Janeiro. Quindi ho inserito immagini urbane, delle mode e delle persone nel corso di decadi diverse».

Qual è stata la maggior difficoltà?

«I reportage, le interviste e il rodaggio in teatro, che ci hanno impegnato complessivamente per un anno, non hanno presentato grandi ostacoli. La seconda tappa invece, quella della ricostruzione del suo itinerario esistenziale, è stata più laboriosa perché non esiste un archivio organizzato della vita di Vinicius. Persino la famiglia non ha conservato molto materiale perché lui era un essere filosofico e una persona estremamente informale. Abbiamo voluto soprattutto mostrare come la sua vita pubblica e quella privata si confondevano: Vinicius influenzava i cambiamenti estetici e non e ne era influenzato. Il suo percorso artistico fu sempre parallelo a quello della sua vita. A 24 anni componeva sonetti rifacendosi ai classici greci, a 60 viveva come un hippie. Ebbe il raro privilegio di rimanere giovane nonostante l'età».

Nel corso delle ricerche per realizzare il film che cosa la ha impressionata maggiormente di Vinicius?

«I suoi grandi temi furono sempre la vita e la morte. La sua traiettoria mostra l'evoluzione di un poeta metafisico einquieto che vuole comprendere le grandi questioni dell'essere umano. È sconcertante percepire che in lui il malessere e la delicatezza convivevano. Era angustiato, ma mostrava uno spirito armonico. Le sue relazioni con il mondo e con le persone erano semplificate, ma non perdeva mai il contatto con le questioni essenziali. Era un uomo molto complesso e contraddittorio, un personaggio estremamente ricco, che mescolò, come si può dire, la Chiesa, i santi e le prostitute. Non si preservò mai e fu sempre trasparente, vero ed onesto nelle sue decisioni. Visse la vita senza pudore. Per questo motivo non ci è parso giusto evitare di parlare dei suoi complicati rapporti con le donne e con le bevande alcooliche».