L’ex presidente Sarney ha rivelato che la dittatura militare aveva piani per costruire la bomba atomica. Dopo il ritorno alla democrazia l’obiettivo di Brasilia è oggi lo sviluppo del nucleare civile.
venti anni dalla fine della dittatura, i sospetti sulle attività nucleari a fini militari del Brasile sono stati confermati per la prima volta. José Sarney, primo presidente (1985-89) del Brasile tornato alla democrazia e attualmente senatore, ha affermato domenica 7 agosto, in un’intervista sulla rete televisiva `Globo`, di essere venuto a conoscenza del caso un anno dopo aver assunto l’incarico, quando fu informato che era in corso una perforazione a Cachimbo, nella provincia settentrionale del Pará, per l’esecuzione di test atomici sotterranei.
La stampa ne diede notizia, ma il neopresidente decise di insabbiare la vicenda. «Ordinai al capo della sicurezza nazionale di bloccare i lavori di perforazione a Cachimbo e simultaneamente di annunciare che lo scopo era lo stoccaggio di rifiuti nucleari», ha rivelato Sarney. «Ero stato preso di sorpresa. Allo stesso tempo avevo timore di rendere pubblica la notizia, perché avrebbe interferito con le strette relazioni che stavamo costruendo con l’Argentina. Anche gli argentini conducevano attività nucleari, ma, come il Brasile, anch`essi negarono», si è quindi giustificato l’ex presidente.
La ragione del silenzio fatto calare sulla vicenda era la ricerca di un clima diplomatico favorevole all’avvicinamento con Buenos Aires – storico rivale del confinante gigante brasiliano - grazie al quale nel 1991 il presidente argentino, Carlos Menem, e la sua controparte, Fernando Collor de Mello, hanno firmato un accordo per l’uso pacifico dell’energia nucleare. Secondo il senatore Sarney, nel corso dei negoziati i delegati brasiliani vennero a conoscenza che gli argentini erano di dieci anni più avanti nella ricerca nucleare.
Sérgio Rezende, ministro per la Scienza e Tecnologia
Le rivelazioni di José Sarney precedono di due giorni l’annuncio da parte di Brasilia dell’intenzione di esportare uranio arricchito nel prossimo futuro. «Se sapessimo, e noi sappiamo, arricchire l’uranio, potremmo anche, eventualmente, essere esportatori di uranio arricchito. Un Paese che ha la sesta, la quarta o la terza riserva di uranio del mondo deve avere la capacità di esportare questo prodotto, perché esso ha un grande valore aggiunto», ha dichiarato il ministro brasiliano della Scienza e tecnologia, Sergio Rezende, citato dall’agenzia di stampa pubblica “Agencia Brasil”. Il ministro ha annunciato che il Brasile otterrà, entro la fine dell’anno, l’autorizzazione definitiva ad arricchire l’uranio per il solo utilizzo come combustibile per le sue centrali nucleari. Per esportarlo, però, dovrà introdurre dei cambiamenti tecnologici e modificare la costituzione, che attualmente vieta la vendita all’estero.
Quanto dichiarato dal ministro Rezende lascia aperta la porta all’eventualità che in futuro il Brasile possa affermarsi come esportatore di uranio arricchito, ma smentisce quanto affermato alla `United Press` da Odair Gonçalves, presidente della Commissione per l’energia atomica del Brasile. Gonçalves aveva giudicato infondate le notizie, successive alla visita di stato di Lula a Pechino nel maggio 2004, che il Brasile avesse stretto accordi con la Cina per l’esportazione di uranio arricchito. «Mentre eravamo in Cina durante la visita di stato del presidente, i cinesi hanno comunicato il loro forte interesse a importare uranio da noi. A loro non importava molto se era arricchito o meno. Avranno bisogno di molto uranio, perché hanno pianificato di costruire almeno 10 reattori nucleari. Infatti ci hanno detto che sarebbero perfino disposti a venire da noi in Brasile per aiutarci a estrarlo. Ma abbiamo risposto che questo non è possibile secondo la costituzione brasiliana e che il Brasile non stava considerando la possibilità di esportare uranio. Questi sono i fatti. Li conosco perché ero al tavolo dei negoziati».
Eduardo Campos, ex ministro della Scienza
Lo scostamento dell’attuale ministro competente dalla cautela precedentemente manifestata sta portando il nucleare brasiliano al centro dell’attenzione della stampa internazionale, mentre si attende che il governo di Lula presenti il “Programma nucleare brasiliano”. Il documento – allo studio dal maggio 2004, stimolato proprio dalla visita di Lula in Cina - metterà nero su bianco le decisioni riguardanti il futuro del programma nucleare brasiliano, in particolare a proposito della costruzione di nuovi reattori nucleari e dell’esportazione di uranio verso la Cina. Quest’ultima decisione ha importanti risvolti internazionali ed è certamente malvista dagli Stati Uniti. In previsione di una possibile crisi diplomatica con la Casa Bianca – che sta dando segnali di irrigidimento verso Pechino - si può allora presumere che l’uscita mediatica del senatore Sarney non sia giunta a caso, ma abbia voluto replicare alla necessità di togliere preventivamente gli scheletri dall’armadio e rassicurare la comunità internazionale circa la buona fede di Brasilia nel perseguimento delle proprie attività nucleari.
Il Brasile, paese firmatario del trattato di non proliferazione nucleare, da sempre ribadisce il carattere pacifico del suo programma e rivendica, ai sensi dell’Npt, il «diritto inalienabile» all’arricchimento dell’uranio per l’utilizzo come combustibile nei reattori delle centrali. Ma, allo stesso tempo, ha adottato la linea dura nei confronti degli ispettori della Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea, l’agenzia specializzata delle Nazioni unite) e ha negato loro, a più riprese, l’accesso o l’ispezione completa dei propri impianti nucleari, adducendo il motivo di dover tutelare i diritti di proprietà intellettuale della tecnologia impiegata nelle centrifughe.
Come l’Iran, dunque, il paese sudamericano non si sente obbligato a dare ulteriori garanzie circa le proprie intenzioni nucleari al di là di quelle fornite con la ratifica dell’Npt. «L’obiettivo del programma brasiliano è esclusivamente pacifico. A parte il fatto che la nostra costituzione lo impone, siamo firmatari del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari», ha affermato in aprile l`allora ministro della Scienza, Eduardo Campos, respingendo come inaccettabile qualsiasi speculazione dubitativa delle intenzioni pacifiche del programma nucleare brasiliano.
Campos smentiva così le dichiarazioni del proprio predecessore, il quale, nel gennaio 2003, mentre gli Usa preparavano la guerra contro l’Iraq e mettevano in guardia la Corea del nord circa il suo programma nucleare, riempì le prime pagine dei giornali sostenendo che il Brasile non doveva escludere la possibilità di acquisire la capacità di costruire ordigni nucleari. Il governo del presidente Lula prese subito le distanze dalle parole del ministro, ribadendo che il Brasile sosteneva la ricerca nucleare «solo ed esclusivamente a fini pacifici».
Oggi il programma nucleare brasiliano non dà segni di ambizioni militari e non è considerato un problema dalla comunità internazionale. Ma le cose potrebbero cambiare se Brasilia deciderà di esportare uranio - arricchito o meno - verso la Cina o altri paesi nel mirino di Washington. In questo caso Brasilia potrebbe non godere più dell’accondiscendenza mostrata dagli Usa e altri paesi occidentali verso la propria linea di condotta nei rapporti con gli ispettori della Aiea.