Alla cinquantacinquesima edizione della rassegna ‘Brasileirinho’, di Mika Kaurismäki mostra la vitalità del classico genere musicale. ‘Redentor’, di Claudio Torres ha aperto la sezione “Panorama”.
` stata contenuta quest`anno la presenza del cinema brasiliano alla “Berlinale”, il 55° Festival internazionale del cinema di Berlino, uno dei più importanti del mondo, tenutosi dal 10 al 20 febbraio scorsi, ma ha ottenuto un buon riconoscimento da parte della critica, consensi da parte del pubblico e discreti risultati in sede di mercato. Nella sezione “Panorama” il film di apertura della rassegna è stato il lungometraggio ‘Redentor’, opera prima del regista carioca Claudio Torres. Nella sezione “Internationales forum des jungens films` (il 35° Forum internazionale del nuovo Cinema), rassegna dedicata al cinema dei giovani autori, alle produzioni indipendenti, alle tematiche più forti a livello culturale e politico e alle opere più esteticamente innovative, sono stati presentati due lungometraggi . Si tratta di ‘Brasileirinho’ del regista finlandese Mika Kaurismäki - che ha stabilito da oltre dieci anni la sua seconda casa a Rio, e già autore del noto ‘Moro no Brasil’ del 2002 (distribuito in Italia nel 2004 e recensito da `Musibrasil`) - e del notissimo ‘Terra em transe’ (1967), di Glauber Rocha, nella copia restaurata dalla figlia Paloma Rocha , primo risultato del progetto di recupero dell’intera opera del cineasta deceduto nel 1981, sostenuto da “Petrobras” e “Grupo Novo de Cinema e Tv”.
Una scena del film `Brasileirinho`, di Mika Kaurismäki
Il film di Rocha è stato selezionato come carte-blanche dal noto critico Peter B. Schumann. Nell’ambito dello “European film market” (che ha visto la presenza di compagnie di produzione e di distribuzione e di istituti statali cinematografici di una settantina di paesi di tutto il mondo) ha operato l’impresa carioca “Grupo Novo de Cinema e Tv”, che ha presentato una decina di lungometraggi, sia fiction che documentari, alcuni dei quali già visti nella sezione “Première Brasil” del Festival di Rio 2004 dello scorso ottobre. Commenteremo quindi i film presentati nelle sezioni della Berlinale e forniremo qualche nota su alcune novità distribuite dal Grupo Novo.
‘Brasileirinho’, del regista finlandese Mika Kaurismäki, presentato in prima mondiale, è una coproduzione di tre compagnie, la svizzera Marco Foster Production, la finlandese Marianna Films Oy e la brasiliana Uno Produções Artisticas dell’attivissimo Bruno Stroppiana, italiano residente a Rio da trent’anni e anche produttore di famosi registi quali Carlos Diegues e Ruy Guerra. Si tratta di un documentario musicale molto vivace che denota una grande sensibilità nella messa in scena e nella speciale commistione tra musica e vita reale, tratto caratteristico della coscienza brasiliana senza distinzioni sociali. È dedicato allo choro, quantunque molti dei musicisti che vi appaiono siano anche sambisti. Lo choro (ed è utile ricordare che il più citato chorinho è solo un aspetto del suddetto) è considerato unanimemente il primo genere musicale urbano genuinamente brasiliano. Sembra sia nato attorno al 1870, quando alcuni musicisti di Rio iniziarono a mescolare la struttura armonica di melodie europee come il valzer e la polka con ritmi afrobrasiliani e con la malinconica musica dei nativi indios. Ne nacque un nuovo sound soprattutto strumentale. Fu suonato in varie sedi, dai piccoli bar alle birrerie, alle concert-halls e divenne la prima espressione musicale della classe media urbana a Rio de Janeiro.
Il regista Mika Kaurismäki sul set del film
Ebbe un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’identità culturale nazionale e rimase il genere musicale più popolare fino agli anni Venti del secolo scorso, essendo precursore sia del samba che della bossa nova. Alcuni titoli quali “Tico-tico no fubá” e “Brasileirinho” sono universalmente conosciuti nel Paese. Si può inoltre affermare che gran parte dei compositori brasiliani dell’ultimo secolo furono influenzati o si cimentarono con lo choro, da Hector Villa Lobos (il quale disse che è l’essenza e l’anima della musica brasiliana) a Nazareth, da Baden Powell a Tom Jobim, da Chico Buarque a Toquinho, Paulinho da Viola, Hermete Pascoal e molti altri. Dopo un modesto declino in termini di popolarità lo choro ha ottenuto un significativo revival negli ultimi vent’anni ed è stato riscoperto dalle ultime generazioni. Lo choro moderno è molto flessibile: può essere suonato da diverse formazioni, da solisti a big-band, le cosiddette gafieras delle serate danzanti. Si presta particolarmente alle improvvisazione, può essere cantato e persino danzato e offre varie possibilità di performance, dalla roda de choro ai concerti in teatri e auditorium.
Il film ripercorre la storia, i temi e i motivi dello choro attraverso i musicisti che lo eseguono e lo sentono come parte della propria vita. La linea guida, ovvero il filo conduttore di questa originale e vitale cavalcata musicale, è data dalla band Trio Madeira Brasil, i cui componenti sono Marcello Gonçalves (chitarra a sette corde), Zé Paulo Becker (chitarra) e Ronaldo do Bandolim (mandolino). Durante una roda de choro, una specie di jam-session privata, il trio concepisce il progetto di un grande concerto e incomincia un itinerario di incontri con altri musicisti nelle loro case e durante momenti di esibizione e di prove. Vengono visitati ed intervistati vari artisti che ricordano momenti chiave del passato e suonano i loro strumenti. Tra gli altri, Joel Nascimento (che ricorda il famoso locale degli anni 70 “Suvaco de Cobra”); Zé da Velha (il quale afferma che lo choro rappresenta il jazz brasiliano); Silvério Pontes (il quale afferma si tratti di una musica senza età perché possono trovarsi a eseguirla insieme musicisti di 15, 40 e 70 anni); Yamandù Costa, straordinario compositore e virtuoso della chitarra a sette corde, che mescola choro e jazz; Carlinhos Leite; l’intramontabile Elza Soares; il grande Paulo Moura, che suona sax e clarinetto e ha scritto arrangiamenti per Elis Regina, Fagner e Milton Nascimento; Guinga; Teresa Cristina e Pedro Miranda. Viene mostrata anche la banda giovanile del municipio di Cordeiro, ragazzi appassionati e dotati, invitati a Rio per una roda de choro con grandi maestri quali Mauricio Carrilho e Luciana Rabello. Tra incontri, rievocazioni, giornate di svago nei bar di Lapa e in campagna, scorre un intero repertorio di musiche composte da Tom Jobin, Vinicius De Moraes, Baden Powell, Otavio Dias Moreno e Pixinguinha. E troviamo ancora i musicisti circondati da un pubblico spontaneo e partecipe sul ferry Rio - Nitéroi fino al grande concerto, apoteosi finale nel Teatro Municipal di Nitéroi.
Una scena del film `Redentor`, di Claudio Torres
‘Terra em transe’ (1967), di Glauber Rocha, è un’opera complessa e tormentata in cui viene messo in scena, con uno stile visionario e barocco, il progressivo compromettersi dei rapporti fra gli intellettuali e la classe politica dominante. Occorre ricordare che pochi anni prima, nel 1964, era avvenuto il golpe militare. Rocha nel film ha offerto un ritratto lucido, grottesco, degli intellettuali (e quindi di se stesso) esponendo le loro debolezze e l’ipocrisia del loro impegno verso il popolo, che era spesso più che altro una autopresentazione artistica, e la loro caccia alla poltrona da politicanti immorali e dediti alla conservazione del potere ad ogni costo. Nonostante le sue contraddizioni politiche Rocha fu il primo regista, in Brasile, capace di delineare un contesto sociale così complesso con onestà e passione. Il suo stile esteticamente delirante, che sa descrivere la politica come delirio, è difficilmente riducibile a una formula. Mescola elementi correlati dialetticamente e divergenti al tempo stesso: realistico-documentaristici, fantastico–surreali, teatrali e politico–mitologici. Il film è stato girato per la maggior parte con la telecamera a mano, quasi aderisse alla pelle dei personaggi. È ovvio che il paese fittizio denominato El Dorado sia il Brasile stesso in cui si confrontano il poeta ed intellettuale Paulo Martins (Jardel Filho) e il leader populista Filipe Vieira (José Lewgoy). Il clou del film, vale a dire la lenta agonia di Paulo morente dopo essere stato ferito in un conflitto armato, si esprime nella giustificazione che lo stesso dà alla propria morte: «La vittoria della bellezza e della giustizia». Rocha dimostra di credere nel potere di sopravvivenza della cultura e collega questo assunto con la necessità di una lotta per la giustizia sociale.
‘Redentor’, opera prima di Claudio Torres, autore con precedenti di film pubblicitari e di video musicali, è un film grottesco, pieno di idee, trucchi ed effetti speciali. Racconta la storia di una speculazione edilizia a Rio, a Barra de Tijuca, effettuata da un costruttore senza scrupoli. L’edificio, mai terminato, è occupato dagli abitanti della favela circostante, molti dei quali già operai nello stesso cantiere. Un giornalista, Célio Rocha (Pedro Cardoso) per recuperare l’appartamento già pagato da suo padre promessogli dal costruttore Otavio Saboia (Miguel Falabella), manovrerà le cose e farà espellere gli occupanti dalla polizia. Ma in seguito, pentito, incontrerà Dio e sconvolgerà i piani fraudolenti di Saboia. Il cast comprende anche Fernanda Montenegro e Fernando Torres, genitori dello stesso regista. Pur essendo divertente, questa parabola surreale e scherzosamente barocca riesce solo parzialmente a riscattare l’impressione di una commedia brillante, ma debole e poco incisiva nella sua volontà di critica del quadro sociale e del sistema giudiziario del Paese.
Tra i film presentati dal Grupo Novo ne citiamo un paio per noi ancora inediti. ‘Cazuza, o tempo não para’ di Sandra Werneck e Walter Carvalho offre il ritratto di un musicista estremamente dotato, seducente, radicale e trasgressivo che fu di esempio per molti giovani negli anni 80, ma morì a soli 32 anni di aids. Il film evita i toni agiografici e mostra un ritratto realistico dei rapporti familiari e sociali di Cazuza. Tra gli interpreti: Daniel de Oliveira, Marieta Severo e Reginaldo Faria. ‘O carcere e a rua’, di Liliana Sulzbach, è un documentario che narra le storie di tre detenute del penitenziario Madre Pelletier di São Paulo. Il senso di frustrazione di tre donne bruciate dalla vita, ma ancora fiduciose nelle loro possibilità di vivere ed amare emergono con chiarezza all’interno di un quadro sociale più ampio.