Si è tenuta la Prima rassegna cinematografica dell’Istituto Brasile-Italia dal titolo “Brasil. Cinema contemporaneo da São Paulo”, organizzata dall’Ibrit con la direzione artistica di chi scrive.
Si è tenuta a Milano la Prima rassegna cinematografica dell'Istituto Brasile-Italia dal titolo "Brasil. Cinema contemporaneo da São Paulo", organizzata dall'Ibrit con la direzione artistica di chi scrive, in collaborazione con il Comune di Milano, il Consolato generale del Brasile e i ministeri della Cultura e degli Affari esteri brasiliani. Questa piccola rassegna, frutto del lavoro di otto mesi e realizzata anche con l'ausilio di alcuni sponsor in Brasile e in Italia, si è svolta dal 15 al 19 dicembre presso il cinema Gnomo, tradizionale sala che ospita i cicli tematici e d'autore di "Milano Cinema", e ha visto la presenza di un numeroso pubblico di varie età.
Una scena del film `Bicho de sete cabeças`, di Lais Bodanzky
Nel corso del ciclo-retrospettiva, articolato per giornate tematiche, sono stati presentati 17 lungometraggi, in versione originale sottotitolata in italiano, e otto cortometraggi della nuova produzione brasiliana, dal 1995 al 2004, con la presenza di vari generi, per delineare un quadro di diversità e ricchezza di temi, senza determinati profili stilistici: il dramma urbano, il thriller, la commedia, le storie di identità femminile, il documentario, ecc. La rassegna è stata accompagnata da un catalogo contenente i messaggi augurali di Salvatore Carruba, assessore alla Cultura e Musei del Comune di Milano e di Marco Antonio Ribeiro Vieira Lima, direttore esecutivo Ibrit e di Regina Marques, responsabile eventi Ibrit e i saggi "Il cinema di São Paulo", di Orlando Senna, segretario nazionale delle Arti audiovisive, ministero della Cultura del Brasile, e "Il nuovo cinema da São Paulo: dalla tradizione alla retomada", di Giovanni Ottone. Inoltre, nella pubblicazione sono stati presentati tutti i lungometraggi, con schede contenenti le sinossi -commento, redatte dal direttore artistico, e i dati tecnici e i profili biografici dei registi curati da Annabella Campanozzi . Nella giornata di sabato 18 dicembre presso la sede Ibrit si è svolto un incontro con alcuni cinefili e rappresentanti di circoli culturali e ne è scaturita una conversazione sui temi salienti del ciclo.
Per illustrare il significato della rassegna forniremo un quadro della tradizione cinematografica di São Paulo e commenteremo le caratteristiche più significative del nuovo cinema brasiliano. São Paulo è uno dei centri più importanti della cinematografia del Paese, non solo per la presenza di noti registi e sceneggiatori e di vari operatori dell'industria ma anche perché vanta una lunga storia nel settore ed istituzioni di studio e di ricerca e critici tra i più eminenti. i. In effetti la tradizione cinematografica di São Paulo data dall'inizio del secolo scorso quando , nel 1908, i fratelli Botelho, già fotografi, filmarono alcuni drammi a sfondo criminale e quando , nel 1909, si ebbe il successo dei film cantati di Francisco Serrador. Non si può poi dimenticare la mitica casa di produzione "Vera Cruz", ideata dall`ingegnere Franco Zampari e fondata, nel novembre 1949, dal mecenate Ciccillo Matarazzo, già promotore del Museo di arte moderna (Masp) e del Teatro brasiliano di commedia, nel quadro di un'azione di rinnovamento della cultura nazionale intrapresa dalla borghesia progressista paulistana. Negli anni 60 si ebbe la grande stagione del Cinema novo che coinvolse anche São Paulo con autori fondamentali quali Anselmo Duarte e Nelson Pereira dos Santos. E ancora il fenomeno del Cinema marginal presente nei films erotici della "Boca do Lixo" di São Paulo. Negli anni 70 si affacciò una nuova generazione di registi fra cui citiamo: Jorge Bodanzky, Eduardo Coutinho, Eduardo Escorel, Walter Hugo Khouri, Roberto Santos e Ana Carolina. Negli anni 80 le trasformazioni del cinema brasiliano emersero in varie aree territoriali: São Paulo, Porto Alegre e Rio de Janeiro, ma la produzione più emblematica di un nuovo cinema fu quella paulista. I registi paulisti (Suzana Amaral, Chico Botelho, Djalma Batista e Sérgio Bianchi tra gli altri), quantunque con proposte diversificate, si impegnarono a correlarsi con le modificazioni economiche e sociali prodotte dalla crescente urbanizzazione di ampie masse popolari e a riformulare il dialogo con i generi.
Dopo la crisi del 1990, quando si verificò il collasso produttivo pressoché totale, a seguito della politica neoliberale del presidente della Repubblica Fernando Collor de Mello, che improvvisamente stabilì la chiusura dell'agenzia statale di produzione e distribuzione Embrafilme, il cinema brasiliano ha avuto una netta ripresa e vive oggi un clima di rinascita. Dal 1993, dopo la promulgazione di una nuova legislazione di incentivi fiscali, Lei do Audiovisual, si è consolidata progressivamente una nuova produzione. Si è parlato quindi di Retomada. Nel 1996 la produzione raggiunse il numero di quaranta lungometraggi , quota che si è mantenuta più o meno costante negli anni successivi. Soprattutto si calcola che, tra il 1994 e il 2000, 55 nuovi registi realizzarono il loro primo lungometraggio. Ad essa ha corrisposto un riemergere in termini di attenzione e di riconoscimenti a livello mondiale, con partecipazione di film brasiliani a festival internazionali ed il conseguimento di premi prestigiosi. Nel 2003 si è registrato, secondo i dati definitivi, un formidabile incremento di pubblico nazionale per i film brasiliani: gli spettatori sono passati da 7.293.790 del 2002 a circa 22 milioni nel 2003, che corrisponde a circa il 22 per cento su quasi 100 milioni di ingressi totali nelle sale cinematografiche.
La connotazione più saliente della nuova produzione è la sua varietà, un fatto e un valore al tempo stesso, in un quadro multiculturale. La sua diversità di stile e mancanza di tendenze egemoniche rende difficile la caratterizzazione di profili estetici o tematici: prevale l'autore, essendo il fattore determinante per la qualità della produzione, ma regna il pragmatismo, alieno da questioni di principio. Rispetto alla relazione estetica con il passato, in particolare con il Cinema novo degli anni 60, il cinema attuale ne è in rapporto dialettico, mostra la sua differenza, ma non ha la preoccupazione di effettuare rotture. È un dialogo a metà discorso, a metà sfida, a metà consenso, a metà rifiuto. Una cosa pare tuttavia certa, la retomada ha a che fare con la stessa voglia di fare cinema a qualunque prezzo degli anni 60. Il cinema brasiliano racconta storie in una lingua che gli appartiene, scopre il Brasile e recupera le identità in un determinato spazio e tempo. Secondo un'espressione di Walter Salles (usata per definire l'esperienza di Dora in ‘Central do Brasil'), il cinema attuale «vive un processo di risensibilizzazione».
È un cinema che si misura con i problemi di rappresentazione dell'esperienza, provando a dominarla, e, accettata la crisi del realismo e di un'allegoria nazionale totalizzante, cerca di comporre storie che mettono in scena il dialogo con la finzione più popolare (il melodramma, il film noir, la chanchada, il thriller, ecc.). In certi casi privilegia una continuità tematica o riprende in chiave nuova temi classici: il sertão e la siccità; i cangaçeiros e il dibattito sull'identità nazionale; la migrazione e il viaggio; l'anima femminile; la tradizionale opposizione fra città e campagna. Ma, soprattutto, vi è l'interesse ad analizzare, far conoscere e rendere protagoniste le zone di frontiera e le aree di frattura sociale. Le problematiche della vita urbana, in particolare nelle favelas, le scelte religiose e gli aspetti della violenza (bandidos, narcotraficantes, polizia, giustizia, carceri), sono i temi a partire dai quali si sviluppano le maggiori novità di narrazione e di linguaggio cinematografici. Vi è una drammaturgia disposta ad esplorare gli aspetti tattici di queste situazioni limite dove emerge il principio del «si salvi chi può». In particolare il cinema si confronta con la violenza accettata come orizzonte comune, allo stesso tempo quotidiano e imprevedibile, definito da uno stato di cose che proietta su intere comunità lo scenario delle dispute di territorio nelle guerre tra gang rivali, senza possibile soluzione a medio termine.
Potremmo quindi affermare in sintesi che il nuovo cinema brasiliano della retomada è un cinema vitale e professionale con una dinamica di diversità e una vasta ricchezza di tematiche. I registi, pur attenti alla questione dell'identità nazionale e alla necessità di un cinema brasiliano che superi definitivamente una condizione di sottosviluppo, non traducono nei propri film la convinzione di essere portavoce di un collettivo. Di fronte alle spinte commerciali che puntano ad una fiction industriale e di mercato che speculi su temi «nazionalpopolari», ben rappresentata dalla retorica della rete televisiva Globo, con le sue novelas e miniserie, i registi reagiscono in maniera differente. Per alcuni si tratta di una referenza legittima, per altri di un riferimento per la critica. Commenteremo quindi i lungometraggi della rassegna raggruppandoli secondo la sequenza dei temi e dei generi di cui ci sembrano rappresentativi. La giornata intitolata "Il futuro altrove" ha presentato film riguardanti le difficoltà esistenziali di alcuni uomini e donne che si sono confrontati con, o sono stati costretti a vivere, la realtà esterna al Paese o quella di zone dell'interior ben lontane dalla cultura urbana.
‘Terra estrangeira', di Walter Salles e Daniela Thomas, è un film di rara raffinatezza visiva e sonora, che si colloca al vertice della produzione dell'intera decade. Girato con un'emozionante fotografia in bianco e nero, è "urgente" ed emblematico. Racconta la storia di alcuni ventenni brasiliani, perduti oltre Atlantico (nell'impossibile ricerca di un nuovo padre-paese, nella penisola iberica) nella fase di follia derivante dal caos provocato dalla politica economica del presidente Collor, e in particolare dal blocco dei depositi bancari nel 1990. È una metafora totale costruita con un processo inverso, dalla fiction al fatto reale, una saga moderna di esilio e perdizione che riempie gli occhi dello spettatore dal primo all'ultimo fotogramma. La sua forza deriva dal rifiuto di un unico genere, infatti inizia con un melodramma, si sviluppa come un poliziesco e si conclude come un tragico road movie. È un film introspettivo, con dialoghi per nulla colloquiali, eppure densi di parole, con una trama di interesse crescente, che ci costringe all'attenzione per il tormento degli stati d'animo dei personaggi. Sofisticato ed intelligente, amaro e radicale, ottiene sempre l'effetto drammatico più acuto grazie alle inquadrature costruite millimetricamente, alla incisiva colonna sonora e all'impegno degli attori.
‘Latitude zero', di Toni Venturi, è un dramma esistenziale ubicato in Mato Grosso, in un ambiente duro ed inospitale, un pugno di casupole di legno presso una miniera abbandonata, a lato di una strada polverosa percorsa da camion che non si fermano. In un ristorante chiuso da tempo e senza clienti si installa una donna gravida di otto mesi, là confinata dall'ufficiale militare che l'ha messa incinta. Lo stesso invia presso la donna un suo sottoposto che ha commesso un crimine, per sottrarlo alla giustizia. L'uomo la seduce, le sottrae il denaro risparmiato e l'abbandona. Poi l'uomo torna quando ella ha già partorito. La donna ha trovato l'oro nella vecchia miniera e lavora alacremente. La relazione tra i due riprende, ma presto si deteriora soprattutto per il crollo mentale dell'uomo, fino al finale, fuori piano, drammatico, sanguinolento e liberatorio. I personaggi del film sono lo specchio di una condizione umana spinta al limite (il loro rapporto con il cibo e il sesso ricorda i comportamenti animali) che tuttavia è un'allegoria di un Brasile dimenticato o ignorato dalla cultura urbana.
`Contra todos`, di Roberto Moreira
‘Dois perdidos numa noite suja', di José Joffily, affronta il fenomeno emigratorio dei brasiliani (la maggioranza di loro sono della città di Governador Valadares - Minas Gerais) che, in condizioni avverse, senza green card, cercano condizioni migliori di lavoro negli Stati uniti. Nel film, una giovane (Debora Falabella), che si spaccia per uomo, sogna di diventare una stella del rap mentre si prostituisce per le strade. Divide l'abitazione con Tonho (Roberto Bomtempo), ragazzo umile, che tenta di raggranellare i soldi per tornare in Brasile. Si incontrano e si scontrano nello spazio chiuso dell'appartamento, tra attrazione e inganno reciproco. Nessuno dei due riuscirà a realizzare i sogni che li avevano condotti a New York, la città più ricca e influente del pianeta. Joffily è riuscito ad adattare brillantemente un classico teatrale di Plinio Marcos. La sua analisi psicologica dei personaggi non è di maniera. Inoltre dimostra una notevole capacità di direzione dei due attori e riesce a dosare bene i toni disperati, violenti, ma anche teneri e poetici di un'azione che risulta complessivamente emozionante.
La giornata intitolata "Lo specchio del Paese" ha presentato due documentari e una fiction atipica. Occorre ricordare che i documentari brasiliani focalizzano aspetti scottanti della società, sviluppando un discorso di inchiesta su situazioni di vita ordinaria, personali e collettive, di interesse per il pubblico perché ignorate dai veicoli della cultura di massa. Ne emerge una tipologia umana che riflette sul proprio presente nella ricerca di un futuro diverso. ‘Amargem da imagem', documentario di Evaldo Mocarzel, è un straordinario viaggio nelle vite, nei pensieri, nella filosofia e nell'animo dei moradores de rua, i senza casa, di São Paulo. Racconta le strategie di sopravvivenza e descrive la cultura di uomini e donne di varie età, oppressi da tanti problemi: l'esclusione sociale, la disoccupazione, l'alcoolismo, la fiducia o meno nella religione, la malattia mentale, ecc. Mocarzel mostra una grande onestà intellettuale e partecipa pienamente alla sua stessa indagine. Infatti articola il discorso sullo stato di coscienza, sull'evoluzione dei destini e sul recupero dell'identità delle persone intervistate e seguite. Soprattutto egli è apertamente visibile quando dialoga con loro, rendendo più contundente il contatto con l'attualità trattata. Al termine riunisce tutti i suoi personaggi-interlocutori in un cinema e, dopo aver mostrato loro il film, ne domanda le impressioni, sviluppando una discussione etica sui processi di divulgazione dell'immagine della miseria.
‘Saudade do futuro', documentario di Cesar Paes, ci racconta storie di gente comune, ma in una condizione sintomatica: i nordestinos immigrati per lavorare nella grande metropoli paulistana e il loro ricrearsi un'identità fatta di poesia orale e de musica, attraverso i repentistas, cantori da strada, voce e memoria collettiva. Il film inizia con uno sguardo sulla città, in una notte illuminata da migliaia di stelle, mentre una voce canta. Poi, il giorno, e il cantante in strada predice quale sarà il suo futuro: sarà un disoccupato, schiacciato dal mondo degli affari. La sua è una tradizione secolare, ma le canzoni parlano del presente e ritraggono la città contemporanea. Attraverso incontri con persone diverse, con varie attività, anche le più umili, amministratori e politici, si comprende l'anima profonda di São Paulo, le sue regole di vita e le tante eccezioni. `Boleiros`, di Ugo Giorgetti, manifesta una grande sensibilità sociale ed uno humor spiccato. Il tema del film è l'essenza del football, la grande passione ed anima del popolo brasiliano. L'azione si svolge in un bar storico di tifosi di São Paulo. In quel luogo quasi tutti i pomeriggi si riunisce un gruppo di ex giocatori che si incontrano per ricordare antichi episodi e storie curiose e gloriose dell'epoca in cui erano professionisti attivi. Vengono raccontati i casi classici, gli archetipi e gli incontri con i grandi campioni presenti negli stadi dagli anni 60 agli anni 90. Giorgetti registra il tutto con partecipazione, cercando di andare oltre l'allegria o la tristezza, perché è interessato all'essenza umana dei suoi piccoli e grandi interlocutori.
La giornata intitolata "Femminile plurale" ha presentato film realizzate dalle registe. Questa scelta deriva dal fatto che, nel periodo dal 1990 al 2002 hanno debuttato alla regia di lungometraggi ben 41 donne, contribuendo ad offrirci soggetti ed immagini più veritieri e realistici. ‘Durval discos' di Anna Muylaert, è una commedia molto spiritosa che mantiene, per tutta la sua durata , un tono grazioso e surreale. Il protagonista, Durval, è un trentenne che si rifiuta di invecchiare. Gestisce un negozio di dischi, tutti vinili degli anni 70 ed 80, epoca d'oro della musica rock, che egli continua ad idealizzare e a rivivere. Durval abita da sempre con la vecchia madre Carmita nel modesto alloggio situato sul retro del negozio. Un giorno i due assumono una giovane domestica per aiutarli in casa. Quest'ultima, Célia, si dimostra disponibile ed attiva, quantunque il suo comportamento sia oltremodo non convenzionale. Infatti poco dopo scompare improvvisamente, ma lascia nel negozio Kiki, una bambina di 5 anni, insieme ad un breve messaggio in cui ha scritto che tornerà nel giro di due giorni. Durval e Carmita, dapprima contrariati, con il passare dei giorni, si affezionano moltissimo alla bambina che ha piacevolmente sconvolto la loro routine. Finchè apprenderanno da un programma televisivo la tragica verità su Célia e su Kiki. L'apologo di Anna Muylaert dimostra una sincera fiducia nella possibilità di un mutamento esistenziale sulla base dell'accettazione reciproca.
‘Um céu de estrelas', di Tata Amaral, è una tragedia paulistana che si svolge pressoché completamente tra i muri di una sciatta residenza in un quartiere popolare. L'azione si concentra sull'ultimo incontro tra Dalva, una parrucchiera che vuol partire, ammaliata dalle immagini televisive, e Vitor, il suo amante, un operaio metallurgico, disorientato e frustrato, che glielo vuole impedire. Se Vitor e Dalva quasi monopolizzano il campo visivo, il clima drammatico è dato soprattutto da quanto avviene fuori dal quadro. Infatti due dei principali attori secondari, la madre di Dalva e il poliziotto Medeiros sonno presenti quasi esclusivamente come voci. Il film è un huis clos angosciante, una lenta discesa all'inferno, con una tensione crescente nel dialogo e nel comportamento ambiguo dei due personaggi, a tratti calmo, quasi cordiale, a tratti violentissimo, fino al parossistico finale. Contribuiscono alla radicalità del film anche l'attento lavoro sul sonoro e la musica antinaturalistica.
`Bicho de sete cabeças`, di Lais Bodanzky, narra con sincerità la distruzione psicologica e il parziale annullamento di un giovane studente, indipendente e creativo, che viene internato in vari centri di cura per malati di mente. Neto (Rodrigo Santoro) è un adolescente di São Paulo che si ritrova in compagnia degli amici, frequenta il locali rock alternativi e dipinge graffiti sui muri. Una notte, sorpreso dalla polizia con la bomboletta di vernice, è portato al commissariato e quindi è rilasciato il mattino dopo nelle mani dei genitori. Da quel momento inizia il contrasto con il padre. Tuttavia la situazione precipita definitivamente quando quest'ultimo lo sorprende in possesso di un spinello. Convinto di dovere attuare misure radicali per impedire al figlio di diventare, secondo un ragionamento semplicistico, un delinquente, il padre lo internerà in una prima clinica psichiatrica. Ispirato al racconto autobiografico di Austregésilo Carrano Bueno, `Canto dos Malditos`, il film segue il calvario di Neto nell'universo kafkiano delle istituizioni psichiatriche. Crudeltà, violenza brutale fisica e psicologica e corruzione sono le caratteristiche di una comunità medica più attenta a legittimare una burocrazia arcaica e loschi interessi economici degli ospedali e delle industrie farmaceutiche, anziché preoccuparsi realmente della personalità e della salute dei pazienti. La regista indaga con finezza il terribile divario tra le proiezioni di un padre e i desideri di un figlio, fino al drammatico epilogo.
`Domesticas, o filme`, di Fernando Meirelles
La giornata intitolata "La dura poesia concreta" ha presentato film con al centro il tema della violenza. Essi si svolgono in gran parte nella favela, un territorio al limite della moderna civilizzazione, ove convivono lavoratore comuni e bandidos che dettano le regole. ‘De passagem', di Ricardo Elias è un road movie atipico che traccia il ritratto della capitale paulistana filtrandolo attraverso la dinamica esistenziale di alcuni giovani adolescenti. I fratelli Jeferson e Washington e l'amico Kennedy vivono nell'area suburbana della metropoli. In seguito Jeferson si reca a studiare presso il Colégio Militar a Rio. Gli altri due, rimasti senza prospettive, vengono coinvolti nel narcotraffico. Un giorno Washington resta ucciso e Jeferson, tornato a São Paulo, intraprende con l'amico Kennedy un lungo tragitto per rcuperarne il corpo. Durante il viaggio che si svolge in gran parte in autobus e in treno, i due ricordano un fatto importante del loro passato e si rendono conto del significato profondo della loro amicizia. Ricardo Elias dirige con mano ferma i suoi giovani attori e dimostra una speciale confidenza con la telecamera imprimendo alla storia ritmo ed autenticità.
‘I hate São Paulo', di Dardo Toledo Barros, è un'allegoria sociale contemporanea basata sull'esperienza di vita del regista che si interroga sulla propria identità, considerato il fatto che da alcuni anni può osservare con maggior distacco la sua città natale. Inoltre il film rappresenta una riflessione sulle conseguenze derivanti dalla dittatura militare, anche a distanza di molti anni, nella capitale paulistana. Il protagonista della storia è Daniel un'operatore di Borsa di successo il quale, ad un certo punto, a causa di una speculazione fraudolenta, perde praticamente tutto il suo patrimonio e l'impiego. Tuttavia nella sua vita avviene una svolta insperata quando incontra Tomas, un vecchio amico di suo padre, e la simpatica Monica, figlia dello stesso nuovo conoscente. Da quel momento Daniel prende coscienza di una problematica sconosciuta attraverso la rivelazione di alcuni episodi della vita di suo padre. La stessa città è in qualche modo protagonista attraverso le immagini di un antico documentario, riscoperto nel corso della vicenda.
‘O invasor', di Beto Brant non è solo un thriller girato con pieno controllo della materia e con sapiente reinvenzione dei meccanismi del genere. In realtà è molto di più; in quanto rappresenta un ritratto crudo, efficace e molto veritiero dell'emergenza sociale nel Paese. La vicenda narrata riguarda temi forti quali il potere e l'ambizione, l'amicizia e il tradimento, la perversione e la contaminazione comportamentale fra individui della classe media e alta e delle classi popolari. È la storia di tre ingegneri, partner da 15 anni in una ditta di costruzioni a São Paulo, amici, conoscendosi dall'epoca degli studi universitari: Estevão George Freire), Ivan (Marco Ricca) e Gilberto detto Giba (Alexandre Borge). In seguito a dissensi nella conduzione degli affari, Estevão, che detiene la quota maggioritaria della compagnia, minaccia di estromettere i partner. Sentendosi con le spalle al muro, Giba e Ivan contattano un killer professionista, Anísio Paulo Miklos), dandogli l'incarico di uccidere Estevão. Anísio compie il lavoro, trucidando l'uomo e la moglie in auto (e si vanta con i mandanti di non addebitare loro l'omicidio in più). Ma un giorno Anísio sbarca nella ditta e a poco a poco si infiltra nel lavoro e nelle vite di Ivan e Giba. Non vuole denaro, vuole partecipare agli affari, attuare una scalata sociale. Beto Brant dimostra grande coraggio nel tratteggiare un quadro assolutamente espressivo del misero stato dell'etica e della delinquenza e violenza ordinaria ancor più sconvolgenti per la loro circolarità sociale. La prevalente ambientazione notturna nelle varie discoteche e locali della città, la fotografia contrastata e il ritmo nervoso delle inquadrature, a cui si aggiunge la colonna sonora, ricca di brani rap afrobrasiliani, contribuiscono a costruire un'atmosfera urgente e drammatica che stimola l'emozione.
‘Contra todos', di Roberto Moreira è un film molto duro che documenta la sconvolgente realtà dei comportamenti e delle relazioni umane nell'ambiente sociale della favela. In questo dramma in cui non esistono vie d'uscita, al di là della tragica e inarrestabile tendenza all'autodistruzione del protagonista e del tradimento reciproco di tutti contro tutti, risalta l'indagine antropologica priva di qualsiasi moralismo. E occorre tener ben presente che non si tratta di denuncia, quanto di cruda rappresentazione di esseri umani che, ad esempio, si illudono di far convivere una presunta adesione ai principi di vita religiosa della fede evangelica con una pratica di violenza assoluta che si esprime nella feroce vendetta e nel tranquillo lavoro di assassinio a pagamento per regolare, su commissione, piccole e grandi faide personali. Moreira ha girato il film in digitale, con abili riprese con la cinepresa a mano, usando con efficacia lo spazio scenico e i piani ravvicinati.
La giornata intitolata "La commedia tropicale" ha presentato alcune commedie ed un documentario che, pur essendo ambientato in un'istituzione chiusa, mette in luce i lati più umani ed anche gioviali del popolo brasiliano. ‘Seja o que Deus quiser', di Murilo Salles, è una scatenata sarabanda giovanile tra São Paulo e Rio che coglie pienamente i comportamenti, i rituali e le forme del linguaggio delle ultime generazioni. Cacà (Ludmila Rosa) , una presentatrice alla moda della Mtv di São Paulo, recatasi a Rio per incontrare un gruppo rock i cui componenti abitano nella favela Complexo do Alemão, trascorre la notte con uno dei musicisti, PQD (Rocco Pitanga). Il giorno seguente, restata sola nella residenza, viene sequestrata e malmenata da due marginali. Quando la giovane può finalmente effettuare la denuncia alla polizia, accusa Cacà stesso quale ideatore. Il musicista fuggitivo approderà a São Paulo per discolparsi, ma verrà coinvolto da Nando, il fratello di Cacà, in una strampalata macchinazione di assaltos per conseguire denaro. Murilo Salles risolve in forma grottesca contraddizioni reali e, attraverso una spirale surrealista di equivoci, controlla la tensione drammatica.
‘Viva voz', di Paulo Morelli, è una commedia gustosissima, dal ritmo trepidante, che mette alla berlina una certa classe media imprenditoriale caratterizzata dai soliti vizi: la bramosia di denaro, il sesso fedifrago e la sottomissione alla tecnologia più moderna. In questo caso il vero protagonista è un telefono cellulare, quello di Duda, un quarantenne proprietario di una piccola fabbrica. Nel corso di un ultimo incontro con la sua amante, Karina, ambiziosa impiegata della sua stessa azienda, egli vorrebbe porre termine alla relazione, deciso a cambiar vita. Ma, mentre amoreggia con Karina, schiaccia per errore il tasto sbagliato del cellulare e da quel momento sua moglie Mari, gelosa e vendicativa, segue in collegamento diretto tutte le sue vicende. In realtà Mari, precipitatasi nell'ufficio del marito, scopre una realtà ben più complessa. Duda è stato raggirato e un collaboratore che dovrebbe essere fedele con la complicità di Karina gli sta sottraendo informaticamente l'intero patrimonio finanziario. Ma non è finita, perché nell'ufficio va in scena una sarabanda di azioni e personaggi in cui non si comprende bene chi sta tradendo e addirittura sequestrando gli altri. Morelli ha realizzato una briosa pochade, un qui-pro-quo alla brasiliana, dirigendo al meglio il cast e mostrandoci anche brillanti trucchi fotografici e di montaggio.
‘Domesticas, o filme', di Fernando Meirelles e Nando Olival, è un piccolo gioiello. Attraverso una galleria di personaggi assolutamente realistici e tipici della società brasiliana attuale, delinea i comportamenti e soprattutto l'universo mentale e linguistico delle donne di servizio. Sono di donne del popolo che lavorano in case e appartamenti di persone delle classi media e alta, a contatto quindi con un universo di gadget, abbigliamento, arredamento e prodotti tra i più consumistici e raffinati rispetto alla realtà delle dimore in cui vivono, spesso nelle favelas. Si tratta quasi sempre di mulatte e negre afrobrasiliane che si presentano con dialoghi e monologhi gustosissimi. La scelta di un tono leggero e del genere commedia ci sembra assolutamente appropriata per presentare questo mondo poco conosciuto, eppure umanissimo. È solo apparentemente frivolo, ma in realtà getta luce su problemi esistenziali e di identità rifuggendo dalla superficialità e dalla retorica.
‘O prisioneiro da grade de ferro', documentario di Paulo Sacramento, è un bellissimo instant movie girato interamente nella più grande prigione dell'America latina, il carcere di Carandiru a São Paulo, un anno prima della sua demolizione. Considerate le numerose difficoltà nella realizzazione di questo film, il regista propose alle autorità governative di tenere gratuitamente un corso di ripresa in video coinvolgendo venti detenuti, seguito da un progetto pratico di rodaggio per sette settimane. Ne sono derivate immagini forti e crude ed incursioni nell'intimità più privata. Lo spettatore viene messo di fronte alle parole dirette dei carcerati, ai loro racconti di vita quotidiana e alle vere dinamiche interpersonali ed istituzionali che avvenivano dietro le sbarre. Il regista ha voluto che fossero i detenuti stessi a scegliere i temi e le situazioni da filmare. È emersa quindi la rottura del tradizionale rapporto intervistatore-intervistato. Questi veri e propri autoritratti configurano un microcosmo che in qualche modo riproduce la società esterna.